
Visto da fuori
Sembra ieri: un’amica mi racconta del corso che sta seguendo a medicina, “interazione con le professioni sanitarie”. Fa già ridere così. Ma: “Te lo giuro, ha avuto il coraggio di scriverlo in una slide: la medicina è maschio, l’infermieristica è femmina”. Sipario!
Qualche anno dopo, ascolto la direttrice di una casa di riposo lamentarsi della difficoltà di reclutare personale sanitario. La causa? Un grande classico: l’ossessione di far studiare tutti. “Una volta erano infermiere professionali, ora bisogna fare l’università per dare due pastiglie. Dove andremo a finire?”
Questi aneddoti poco accattivanti ci portano ad una riflessione: se dall’esterno, perfino post Covid, percepiamo la svalutazione del lavoro degli infermieri e, più in generale del lavoro degli operatori sanitari (sorvolando sulla discriminazione di genere), possiamo solo immaginare quale sia la loro quotidianità. Ci sono indispensabili. Ma chi glielo fa fare?
Perché mancano gli infermieri
Due pubblicazioni recenti, divulgative e ricche di spunti, aiutano a comprendere perché la mancanza di risorse umane sia una ferita pericolosa per il SSN. “Salute per tutti” di Chiara Giorgi, docente di Storia Contemporanea in Sapienza, uscito per Laterza, ripercorre la storia della sanità italiana dal dopoguerra agli anni Duemila, rintracciando i fili da cui nascono i grovigli di oggi. “Codice Rosso”, di Milena Gabanelli e Simona Ravizza, descrive in modo efficace il processo di depauperamento del servizio pubblico a favore del privato, dedicando alcune pagine all’urgente problema della carenza di infermieri.
Si ragiona, ad esempio, sul rapporto con i medici. Da standard internazionali, si ritiene che la proporzione per servizio dovrebbe essere di tre infermieri per medico. Per soddisfare questa condizione, occorrerebbero almeno altri 60.000 infermieri (parlando di strutture ospedaliere).
Interessante incrociare questi dati con il rapporto dell’OECD “Health at a Glance: Europe 2024”, secondo il quale in Italia il numero di infermieri ospedalieri pro capite si mantiene sotto la media europea: 6,5 nel 2022 contro 8,4 per mille abitanti nell’Unione Europea. Proporzioni peggiori si registrano solo in Lettonia, Bulgaria, Cipro e Grecia.
Esodo: numeri e cause
Se il ricambio generazionale in medicina risulta ostacolato dal proverbiale imbuto tra laurea e posti nelle scuole di specializzazione, le difficoltà di reperimento del personale infermieristico appaiono direttamente collegate alle attuali condizioni di lavoro, alle scarse prospettive di carriera e alla svalutazione sociale della professione, come evidenzia anche l’OECD. Si parla di stipendi non concorrenziali per un Paese dell’Unione Europea, ma anche di aumento dei contratti di lavoro precario, di insufficienti tutele e garanzie di welfare, a fronte di un lavoro di forte impatto e con rischi per la salute fisica e psicologica di chi lo svolge.
Dal 2020, il numero di laureati in medicina ha superato quello degli infermieri (9.743 laureati in medicina rispetto a 9.436 in infermieristica nel 2023). I posti nei corsi di laurea non mancano, essendo, anzi, aumentati (circa il 30% in dieci anni): il difficile è riempirli e contenere il numero di rinunce agli studi. Alla mancanza di ricambio della forza lavoro, si aggiunge la fuga verso il libero professionismo e l’estero. Sarebbero circa 23.000 gli infermieri che hanno lasciato l’Italia nel 2023, 18.000 nel triennio 2019-2021.
Il rinnovo del contratto nazionale
Dopo anni di blocco dei contratti pubblici (2009) ed erosione dei salari, il rinnovo del CCNL comparto sanità per il triennio 2016-2018 ha portato un primo piccolo aumento di stipendio per gli infermieri (sempre meno di cento euro), e ancora qualcosa è arrivato con il rinnovo 2019-2021.
Siamo, ora, alle trattative per il rinnovo 2022-2024. Il mancato accordo protrae una condizione di incertezza e frustrazione. La bozza rigettata a fine gennaio giorno prevedeva un aumento calcolato da Gabanelli in un recente Data Room in 180 euro lordi al mese, in meno di 165 euro per FP CGIL , per metà già percepiti come indennità di vacanza contrattuale anticipata. Per gli infermieri che lavorano in Pronto Soccorso – servizio qualificato come “al collasso” -, si prevedeva un ulteriore indennità. Sicuramente non abbastanza rispetto all’effetto dell’inflazione; ma quello che colpisce è che, salvo che per l’ossessione di Gabanelli e per la voce delle parti direttamente coinvolte, se ne tratta veramente poco.

Ci riguarda
Continuiamo, probabilmente, a non cogliere il nesso che collega lo smantellamento del servizio sanitario nazionale e degli altri presidi sociali, la fuga del personale di cura e assistenza, l’invecchiamento della popolazione, e la nostra salute, e sofferenza
Nonostante lo sforzo personale di tanti, la carenza di personale impatta sulla qualità del servizio, rivelando l’imprescindibilità del lavoro di tutte le figure socio sanitarie, della loro formazione, sensibilità, punto di vista.
Difficoltà economiche, precarietà, spinta all’emigrazione riguardano molti ambiti. Stiamo pur sempre parlando di lauree scientifiche, commenteremmo in tanti. Ma, anche tralasciando peculiarità spinose di quel contratto (i turni incentivati diventeranno turni obbligatori?), non è possibile ignorare la componente umana di un mestiere così. La svalutazione di chi può fare professionalmente e umanamente la differenza è insostenibile. Forse, un infermiere in meno ha qualcosa di particolarmente tragico, in un Paese che, mentre invecchia, buca il salvagente che indossa. Anche per questo, il rinnovo del CCNL Sanità riguarda tutti.
Immagine di copertina: fotografia di Giulia De Lucia.






