Un uomo con una maschera di gomma raffigurante Donald Trump, sullo sfondo la Casa Bianca.

Ripensare il tribalismo

Il potere della comunità in un’epoca (dis)connessa

L‘Occidente è in declino: populismo in crescita, polarizzazione, inflazione, e chi più ne ha più ne metta. In rete cresce un senso di pessimismo esistenziale sul futuro della civiltà (occidentale). La recessione e altre difficoltà economiche hanno reso i Millennials incerti e pessimisti sul futuro, e la Gen Z scherza apaticamente sul collasso della società su TikTok e Instagram. In mezzo a tutto questo realismo distopico, la parola “tribalismo” è emersa come fenomeno sociologico tipico della società post-moderna o della post-verità. Il concetto solitamente si riferisce alla nozione di un modo di pensare “in-group, out-group”: l’idea che le nostre società, eterogenee e complesse, siano divise in comunità più piccole di “in-group” che la pensano allo stesso modo, composte da persone della tua “tribù”, quelle che ti appartengono. Questi “in-group” sono diametralmente opposti agli “out-group” o “Altri”, coloro che non appartengono alla tua tribù.

Le identità di gruppo fanno parte del modo in cui ci siamo evoluti nel corso della storia. Come cacciatori-raccoglitori, vivevamo in piccole tribù nomadi, proteggendoci a vicenda dalle spietate forze della natura. Con il moltiplicarsi della popolazione, è cambiata anche la nostra concezione di chi e cosa costituisse una “tribù”. Al sorgere e al cadere degli imperi, eravamo legati da un comune senso di identità e chi si allontanava dalla causa, si allontanava dalla tribù. Allo stesso modo, la religione e la nazionalità fornivano demarcazioni astratte ma sufficientemente chiare riguardo chi appartenesse al gruppo e chi no. Anche se non tutti gli individui associavano le stesse caratteristiche o norme a questa identità nazionale, la percepivano come tale, creando così una “comunità immaginata”, in cui ogni individuo si immagina come parte di un insieme più grande.

Nella società contemporanea, il tribalismo funziona ancora in modo simile: si condivide un insieme di caratteristiche e norme con un gruppo di persone, si è fedeli alla tribù e, in cambio, si appartiene, il che crea un profondo senso di sicurezza. Ai tempi dei cacciatori-raccoglitori, l’appartenenza a una tribù era essenziale per la sopravvivenza, e questo potrebbe spiegare perché l’esclusione sociale fa ancora oggi così male. Siamo portati a vivere in gruppo, ne dipendiamo per il nostro benessere e la nostra sopravvivenza.

Tuttavia, c’è una differenza cruciale tra le nozioni “tradizionali” di tribalismo e la nostra attuale comprensione del tribalismo. Questo ha a che fare con l’epoca in cui viviamo e condivide radici comuni alle attuali ondate populiste in Occidente. Si tratta, come forse avrete capito, dell’ascesa di Internet e, più in particolare, dei social media.

persone in piedi guardano i loro telefoni

C’è un’errata concezione diffusa riguardo all’influenza della sfera digitale sulla polarizzazione. In origine si pensava che la polarizzazione fosse causata dalla presenza di “bolle di filtraggio”, in cui le persone vedono sempre e solo un’unica opinione. Tuttavia, risultati recenti dimostrano che in realtà è vero il contrario: online si è più esposti a un più ampio ventaglio di opinioni diverse rispetto a quanto accade nell’ambiente (non digitale) quotidiano.

Tuttavia, questo significa anche che le opinioni che si incontrano provengono da perfetti sconosciuti. Quando vivevamo in vere e proprie tribù, eravamo uniti dalla vicinanza e dalle usanze locali. Anche se non si era del tutto allineati moralmente con i propri vicini, si dovevano superare le differenze per vivere in armonia, o addirittura per sopravvivere. Online, ci mancano le usanze condivise grazie alla prossimità fisica, che in passato hanno costituito le fondamenta della nostra vita in comune. Ci impegniamo in quello che gli scienziati sociali chiamano “social sorting“, in cui categorizziamo automaticamente nuovi fenomeni o persone in gruppi. Se non siete d’accordo con qualcuno, al di fuori del contesto delle abitudini e delle necessità quotidiane, il vostro disaccordo diventa l’identificatore centrale di quella persona. Poiché non si ha nulla da associare all'”altro” se non il proprio intenso disaccordo, è molto più facile screditare o addirittura disumanizzare chi la pensa diversamente da noi.

La rabbia è una forza trainante per il coinvolgimento online, quindi gli algoritmi tendono a incoraggiare questa emozione. Nel frattempo, diversi studi hanno dimostrato un legame tra l’uso dei social media e la solitudine. E a sua volta, la solitudine è una delle principali cause dell’estremismo (politico). Pertanto, gli attuali ricercatori raccomandano un approccio ai social media più frammentato e moderato dalla comunità, senza algoritmi che incoraggino le emozioni negative. Tuttavia, concentrarsi solo sui social media non è sufficiente. Se da un lato isolarsi in tribù online aiuta a elaborare le informazioni e a limitare la quantità di conflitti online, dall’altro solidifica ulteriormente le identità collettive (estremiste), causando una polarizzazione ancora più profonda.

Per risolvere davvero i problemi del tribalismo, non dobbiamo limitarci a considerare le soluzioni nella sfera digitale. Dovremmo anche considerare come viviamo attualmente nel mondo reale.

Non fraintendetemi: Internet può essere un posto bellissimo. I social media possono anche aumentare la sensazione di connessione con amici e persone care e fornire un nuovo tipo di sistema di supporto con “membri della tribù” provenienti da tutto il mondo. Ma la sfera digitale non offre i medesimi legami che possono stringersi nella vita reale. Anzi, fa sì che le nostre interazioni nella vita reale si riducano. Non abbiamo più bisogno di affidarci ai nostri simili per sopravvivere, o almeno così pensiamo, e pensiamo male. L’ascesa del tribalismo è un sintomo della nostra epoca. Ci mostra che non è in modo individualistico che gli esseri umani hanno bisogno o vogliono trascorrere la loro vita. Nella vita reale, siamo sempre più isolati gli uni dagli altri. Le nostre attuali culture (occidentali) sono oggi particolarmente individualizzate, e fare affidamento sulla propria comunità è una reliquia del passato. Ma non deve essere così.

Il tribalismo connota la necessità di connettersi con l’ambiente circostante, di affidarsi l’uno all’altro, di prendersi cura della nostra famiglia. Ribadire costantemente solo le connotazioni negative del tribalismo può far sì che il fenomeno diventi una profezia che si autoavvera, in cui diventa normale discriminare altre “tribù”, laddove in origine non era la norma. Dovremmo riformulare il termine in modo da non vederlo solo per ciò che distrugge – la polarizzazione e l’odio che provoca – ma per ciò che mette in luce: la consapevolezza che dobbiamo creare una connessione più forte con chi ci circonda e il riconoscimento della nostra interdipendenza.

Due persone sorridenti al lavoro, sedute intorno a un tavolo.
Foto dal workshop di “rigenerazione urbana” organizzato da Echo Raffiche in collaborazione con la Biblioteca UAU di Via Milano e l’associazione Post Industriale Ruralità.
Foto di Carlo Contrini.

In termini di interazioni nella vita reale, la società (occidentale) deve dare nuovamente priorità al contatto diretto, faccia a faccia. L’ambiente in cui ci si trova quotidianamente può avere una minore varietà di opinioni opposte rispetto all’ambiente digitale, ma parlare con degli estranei può comunque portare a conversazioni inaspettate o alla scoperta di altre opinioni. Questa mentalità è nota ad alcuni come “mentalità del viaggiatore“. L’apertura a nuove esperienze e all’incontro con nuove persone ci aiuta a umanizzare chi è (fortemente) in disaccordo con noi.

È necessario sottolineare nuovamente l’importanza delle iniziative comunitarie locali. Una comunità può essere composta da persone con opinioni diverse, ma che si riuniscono per uno scopo comune. Ad esempio, iniziative sullo spreco di cibo in cui le persone cucinano insieme, o progetti di volontariato riuniti per una causa comune. La filosofia di una comunità è quella di nutrire una rete di persone che si sostengono a vicenda, un po’ come le comunità online che vediamo oggi sui social media, ma di persona.

Internet ha creato una pletora di comunità digitali in cui identificarsi, a scapito delle nostre comunità nel mondo non-virtuale. Di conseguenza, sembriamo più arrabbiati e isolati che mai. Oltre a ritenere le aziende Big Tech responsabili degli effetti negativi delle loro piattaforme, dovremmo considerare il tribalismo non solo come una minaccia, ma come un segno che dobbiamo riconoscere la nostra interdipendenza e l’importanza del sostegno reciproco. Dando la priorità a connessioni significative e a iniziative di comunità nella vita reale, possiamo contrastare la natura divisiva del tribalismo e sfruttarne il potenziale.

Immagine di copertina: Tribalismo e deriva populista? Un impersonatore di Trump davanti alla Casa Bianca.

Traduzione di: Ester Zangrandi

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