SFAtiamo: Disabilità e lavoro: quanto ne sappiamo davvero?

Genere e disabilità, quanto ne sappiamo davvero? Con SFAtiamo, nuova rubrichetta nata grazie al coordinamento dell’educatrice Camilla Bignetti, diamo voce direttamente alle interessate: le giovani donne e ragazze con disabilità intellettiva dello SFA Fobap Anffas Onlus. Oggi si parla di disabilità e lavoro.

Il servizio dello SFA (Servizio Formazione all’Autonomia) di Fobap Anffas Onlus condivide la mission politica di promuovere l’inclusione delle persone con disabilità e la loro partecipazione concreta nella comunità. Si tratta di un vero e proprio processo culturale che mira a elidere tutte quelle regole e dinamiche che, ancora oggi, tengono in piedi discriminazione e stereotipi. Lo spazio del servizio è sia un punto di riferimento logistico, sia una base progettuale per la costruzione di cittadinanze e per l’incontro di esperienze umane.

Obiettivo pedagogico molto importante per gli educatori dello SFA è quello di fungere da facilitatori per i ragazzi, nel pieno rispetto della della persona con disabilità, che è così libera di esprimersi. Gli educatori forniscono quindi stimoli, seminano domande, senza offrire risposte pronte ai ragazzi affinché l’apprendimento possa essere circolare, così come la relazione educatore-utente tesa a riconoscere in ciascuna persona la sua preziosa unicità.

Il progetto SFAtiamo nasce da un impegno collettivo ovvero dalla necessità, espressa da educatori e utenti, di  aprirsi alla comunità e comunicare quanto emerso nei loro incontri. Riportando le parole delle utenti:

Rappresentiamo un gruppo di giovani donne con disabilità intellettiva dello SFA e abbiamo creato uno spazio settimanale dove insieme all’educatrice condividiamo argomenti che ci riguardano da vicino. Parliamo di noi, del nostro corpo, delle relazioni che viviamo quotidianamente, sia nel servizio che al di fuori. Abbiamo iniziato questo progetto un anno fa e stiamo tutt’oggi continuando il percorso di conoscenza e di acquisizione di argomenti attraverso un approccio femminista intersezionale. Stiamo imparando a vedere il mondo attraverso delle nuove lenti che ci permettono di prendere coscienza, sia dei privilegi che possediamo dalla nascita rispetto ad altre persone, sia delle discriminazioni che subiamo. Sognare un equilibrio non ci basta più, vogliamo fare la nostra parte per sperare di vedere concretamente una società che includa. Combattiamo insieme la disinformazione, creiamo valore, a partire da questo gruppo. Vogliamo aprirci al mondo per renderlo più libero e inclusivo, in modo tale che noi tuttə ci possiamo sentire accettatə, rispettatə e serenə di essere chi ci sentiamo”.

CAPITOLO 2 – DISABILITÀ E LAVORO: QUANTO NE SAPPIAMO DAVVERO?

Un piccolo sguardo al contesto attuale

La nostra società si basa in gran parte sul lavoro, privilegiando l’acquisizione di competenze e professionalità per massimizzare profitto ed efficienza. Questo ha portato a una cultura in cui il valore di una persona è spesso riconosciuto solo attraverso il successo lavorativo e il contributo economico.

In questo contesto, le persone con disabilità hanno dovuto lottare per affermarsi ed essere considerate cittadine attive solo se producono ricchezza. Le loro stesse famiglie spesso vedono nel percorso quinquennale dello SFA solo un mezzo per garantire un’occupazione ai loro figli,  quando invece l’obiettivo è superare questa visione, promuovendo una formazione che valorizzi la persona nella sua interezza, oltre il mero ruolo lavorativo. Tuttavia questo non ci deve fare dimenticare che  il lavoro è un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione italiana che definisce la nostra identità personale e sociale e consente la realizzazione economica e personale: per questo motivo promuovere e incentivare l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, dove è possibile, permette loro di raggiungere autostima, autonomia, dignità di vita e integrazione sociale.

Fotografia di Camilla Bignetti.

Le ragazze in questo secondo incontro hanno riflettuto sulla parola chiave “lavoro” e, in particolare, sulle nozioni di indipendenza economica, di identità e di pressioni sociali.


Indipendenza economica

Il primo concetto emerso è stato quello di benessere materiale. C. ritiene che il lavoro sia fondamentale per mantenersi e vivere bene; per Isabella, il lavoro, invece, ha un valore puramente economico; A. aggiunge che è un mezzo per sopravvivere e realizzare i propri desideri. Un’altra parte del gruppo vede il lavoro come un’opportunità di autodeterminazione, infatti R. afferma: “Il lavoro mi permette di crescere, di essere autonoma e di non dipendere dagli altri”. Per S., le consente di sviluppare le proprie capacità e di affrontare i propri limiti.

Identità

Nel nostro contesto sociale, il lavoro spesso definisce chi siamo. Questo valore attribuito al lavoro è evidente quando incontriamo nuove persone e le prime domande sono sempre: “Che lavoro fai?”. Fermandoci a riflettere, ci rendiamo conto di quanto possa essere una domanda scomoda, che dice più su chi la pone che su chi risponde, rivelando l’importanza che attribuiamo al lavoro per definire gli altri.

Riconoscendo questo, abbiamo pensato a domande alternative che ci piacerebbe ricevere: “Cosa ti piace fare nella vita? Qual è stato il momento più piacevole della settimana? Quali sono le tue passioni? Cosa ti fa stare bene? Qual è l’ultimo film che hai visto?”.

La questione si complica ulteriormente quando il lavoro non è parte della tua vita. Domande come “Ma come, non lavori? Alla tua età? Dovresti impegnarti di più!” riecheggiano spesso nelle orecchie delle ragazze dello SFA, ma non solo, perché trovare la propria dimensione lavorativa è oggi un privilegio più che un diritto. Questi dialoghi centrati sul lavoro e sul giudizio scatenano sensazioni spiacevoli e aumentano la disistima in sé stesse.

Pressioni sociali

“Restiamo invisibili agli occhi della società. Sembra che tutto quello che facciamo non sia mai abbastanza per essere considerate alla pari delle altre persone.” Le parole di Selma dovrebbero far riflettere sulla società abilista in cui viviamo, una cultura che valuta costantemente le abilità delle persone e le classifica di conseguenza. Le ragazze percepiscono questa ingiustizia da sempre, senza capire il perché. Fin dai tempi della scuola, sentono di dover dimostrare di essere più meritevoli di chiunque altro per essere considerate idonee a svolgere un lavoro.

Si chiedono: “Perché facciamo fatica a trovare lavoro?” Competere in una società abilista è già molto difficile, ma lo è doppiamente per le donne con disabilità. “Sono io che sono sbagliata,” dice I. “Ho 30 anni e ancora non ho un lavoro, non valgo niente,” aggiunge C., “perché non ho fatto l’Università.” Il pensiero collettivo del gruppo riflette la visione di una società improntata sulla performatività, dove bisogna sempre essere al passo, fare esperienze, specializzarsi, avere lauree e titoli. Altrimenti, si rimane indietro, con meno possibilità di competere e di realizzarsi.
Il lavoro che le ragazze faranno con la loro educatrice sarà quello di decostruire queste credenze, comprendendo che è il meccanismo ad essere sbagliato e non la persona che è oggetto di discriminazione: è la società a dover cambiare.

Fotografia di Camilla Bignetti.

Gli stereotipi sono talmente radicati da diventare delle trappole che trasmettono immagini sbagliate. Si ha la convinzione infatti che le persone con disabilità vivano una situazione di svantaggio e sofferenza, perennemente bisognose di cure, aiuti e sostegni. Sono percepite come un peso per la società e molti datori di lavoro pensano che la loro assunzione diminuisca la produttività e aumenti i costi. Vengono infantilizzate, per questo ritenute incapaci di lavorare come le altre persone, perché considerate come eterne bambine.

Sono stereotipi non solo sbagliati, ma soprattutto dannosi, per la società e per le persone interessate che introiettano questo pensiero comune e si convincono di non valere niente: “Se non servo a nessuno, cosa mi impegno a fare?” .

Come possiamo agire per cambiare le cose?

Le ragazze dicono: -Desideriamo che la società si modifichi anche per noi, diventi più inclusiva. Vorremmo stare comode come le altre persone negli spazi e nelle relazioni, vorremmo che non fossero più i pregiudizi a definirci-

“È da quando sono nata che non mi sento pienamente accettata dalla società. Una persona mi disse una volta: Signora, cos’ha questa ragazza?, rivolgendosi a mia madre che mi stava accompagnando” condivide S “Perché la mia disabilità stranisce e dev’essere sempre la prima cosa che vedono di me?, Questo mi fa provare rabbia”

S. vuole comunicare un concetto importantissimo: per rendere il luogo di lavoro realmente inclusivo e accogliente dobbiamo abituarci a vivere e a vedere la disabilità come una diversità e non come una stranezza sulla quale esprimere curiosità morbosa.

Un altro punto fondamentale riguarda l’eliminazione delle barriere architettoniche: rampe, appoggi, corrimani e sedute in tutti i luoghi, dai mezzi di trasporto agli spazi pubblici, che siano adatti a tutti i corpi. Questo è stato descritto anche per le persone che frequentano tali spazi: educate, gentili e rispettose. Alla fine di quel lavoro, è stato creato un luogo ideale, perfetto per tutti, dove ci si poteva immaginare sicuri e sereni. Un luogo così fantastico è davvero difficile da realizzare nella nostra società?

Da questo incontro è emerso come la società abbia creato degli standard di normalità, privilegiando chi li incarna ed escludendo o imponendo eccessivi sforzi a tutti gli altri per raggiungere gli stessi diritti.

L’aspirazione, delle ragazze dello Sfa ma anche di noi tutti, è quella di riuscire ad eliminare queste disuguaglianze, anche nel contesto lavorativo. Ci vorrà tempo, ne siamo tutti e tutte coscienti, ma è bene ricordare come una vita indipendente oggi richieda primariamente l’indipendenza economica e il lavoro.

Immagine di copertina: Fotografia di Camilla Bignetti.

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