Sull’insegnamento della storia nella scuola secondaria italiana

Quest’anno ho iniziato il mio quarto anno di insegnamento nella scuola secondaria, il mio quarto anno da umanista precario. Nonostante sia un laureato in lettere con una formazione incentrata più che altro sulla letteratura italiana, mi sono trovato spesso ad insegnare storia: quest’anno ad esempio solo otto delle mie diciotto ore settimanali in un liceo sono di italiano; il resto è geostoria  – una volta storia e geografia erano materie separate, ma dopo la riforma Gelmini sono state accorpate. Risultato: per ammissione mia e di molti colleghi, la geografia viene relegata a comprimaria o a volte ignorata del tutto. Ma questo sarebbe materiale per un altro articolo.

Di per sé la cosa non è necessariamente un male – a me la storia piace, banalmente. Il problema è che la mia formazione da storico è carente: solo trentasei dei miei trecento crediti necessari a completare un ciclo di laurea (triennale più magistrale) sono stati accumulati in materie strettamente storiche, il resto è perlopiù letteratura, filologia o linguistica.

Qualcuno potrebbe dirmi che il problema è mio e che dovrei formarmi meglio, che se quelle cose non le conosco approfonditamente non dovrei insegnarle, ma il fatto è che il problema è sistemico e riguarda tutti: insegnanti, studenti e cittadini. Proviamo a spiegare il perché.

Come ogni docente sa – ma chi è estraneo al mondo della scuola forse no – l’insegnamento delle varie discipline è suddiviso per classi di concorso, e per poter accedere ad una precisa classe di concorso è necessario avere un titolo accademico congruo unito ad uno specifico numero di CFU in determinati materie.

Le classi di concorso che permettono di insegnare storia sono cinque: A22 (italiano storia e geografia nella scuola media), A19 (filosofia e storia nei licei), A12 (italiano e materie letterarie nella scuola superiore), A11 (italiano, latino e materie letterarie nei licei), A13 (discipline letterarie, latino e greco nei licei classici). Non serve un grande spirito di osservazione per notare un fatto curioso: non esiste una classe di concorso dedicata unicamente alla storia.

Nicholas Roerich, Painting of a Church

Di per sé la cosa non sarebbe nemmeno così tragica, se non fosse che in tutte le classi di concorso sopraelencate il peso dato alle discipline storiche è minimo: servono cioè pochissimi crediti per poter poi insegnare la materia.

Basti pensare – per citare l’esempio più eclatante – che per accedere alle classi di concorso A12 e A22 sono necessari unicamente dodici CFU in storia. Questi crediti possono per giunta essere ottenuti in un unico settore disciplinare. Ossia, per dirla semplice, durante l’intero percorso universitario basta accollarsi un singolo esame da dodici crediti in un periodo a propria scelta – diciamo storia contemporanea – senza la necessità di coprire gli altri ambiti (storia antica, medievale, moderna).

Si tenga inoltre presente che i docenti A12 e A22 non sono una sparuta minoranza, ma una vera e propria schiera, che, se escludiamo i licei, ricopre la maggior parte delle cattedre in materie umanistiche nelle scuole medie e superiori.

È chiaro che questo discorso non tiene conto della buona volontà dei singoli: esistono docenti dotti o semplicemente molto curiosi che al di là dei loro crediti continuano a formarsi e ad approfondire le materie che si ritrovano ad insegnare. Ma mi pare altrettanto vero che ci sono molte persone che non faranno una scelta del genere – e come biasimarle? Tra lavoro, vita privata e concorsi per provare ad ottenere il ruolo, il tempo da dedicare allo studio per colmare le proprie lacune non è molto.

Il problema è evidente: l’insegnamento della storia non è quasi mai affidato a chi la storia l’ha studiata seriamente, e ciò comporta danni considerevoli ad entrambe le parti.
Da un lato i docenti devono barcamenarsi nel preparare lezioni su argomenti che conoscono male, e cosa ancora più difficile, tentare di rendere interessante e di facile comprensione una materia che loro stessi non padroneggiano. Dall’altro lato gli studenti sono penalizzati da una formazione storica spesso lacunosa, fortemente soggetta ai capricci del caso. Alcuni ad esempio avranno la fortuna di affrontare il periodo medievale con un docente che, per sua formazione o passione, è un buon medievista; altri invece affronteranno la storia contemporanea con un docente che purtroppo è esperto di storia antica, e non conosce così bene il Novecento.

Illustrazione di Noemi Quintieri

Mi piace ricordare questa mia esperienza.
Durante il mio secondo anno di insegnamento – da novellino, dunque – mi sono ritrovato ad insegnare storia in entrambe le classi di un biennio liceale. La mia conoscenza della storia romana e medievale era accettabile, e su quegli argomenti non solo non ho avuto particolari difficoltà, ma soprattutto ho sentito di poter dare qualcosa in più, un valore aggiunto alle mie lezioni e dunque al servizio offerto agli studenti. Non così per la storia greca. Mi sono reso conto che quegli argomenti (le poleis, Sparta, Atene, la guerra del Peloponneso) io non li avevo più ripresi in mano dalla prima superiore, ossia da quando avevo l’età degli studenti che ora mi stavano davanti, l’età in cui ero una discreta testa di cazzo che passava i suoi pomeriggi giocando al PC e in cui – ad onor del vero – ho avuto anche la sfortuna di una professoressa soporifera e con malcelati problemi psichici.
Cosa potevo dare, io, a quegli studenti, con gli strumenti in mio possesso? Certo mi sarei potuto comprare un bel tomo universitario di storia greca e mettermi sotto, mentre nel frattempo preparavo lezioni, verifiche e correggevo compiti per le mie altre quattro classi; ma quanti sono disposti a farlo?

Sarebbe forse utile ripensare la suddivisione nelle varie classi di concorso, le cui storture non riguardano unicamente l’insegnamento della storia. Ad esempio, per quanto riguarda le scuole medie, l’insegnamento delle materie umanistiche è affidato esclusivamente ai laureati in lettere – la classe A22 di cui si è parlato sopra – , mentre gli altri laureati in materie umanistiche ne sono esclusi, a meno che non colmino il gap in termini di crediti formativi con una lunga serie di esami integrativi, non previsti dal loro normale curriculum di studi. Non è un caso che molti laureati in filosofia scelgano come ripiego l’insegnamento di sostegno: nelle scuole medie non c’è posto per loro e la classe A19 – che riguarda solo i licei – è satura e di difficile accesso.

Ad oggi l’insegnamento alla scuole medie è in prevalenza un lavoro da educatore, e i contenuti specifici delle materie passano spesso in secondo piano. Mi pare irragionevole che un bravo laureato in materie umanistiche (filosofo o anche storico dell’arte) non possa insegnare le basi della grammatica o la lettura dei testi agli studenti della secondaria di primo grado.

Per quanto riguarda invece le scuole superiori – in cui i contenuti hanno un peso più rilevante – sarebbe giusto che fossero gli storici ad occuparsi della loro materia. In questo modo non solo si farebbe  il bene degli studenti – a cui verrebbe fornito un insegnamento di maggiore qualità – ma si andrebbe anche a bilanciare l’attuale squilibrio tra le diverse classi di concorso. Al laureato in lettere – ad oggi un factotum spesso costretto ad improvvisarsi esperto di letteratura (italiana e latina), grammatica, storia e geografia – verrebbe tolto un po’ di peso dalle spalle; ma soprattutto agli storici e alla loro disciplina verrebbe restituita un po’ di dignità.

Riforme di questo tipo non possono essere fatte dall’oggi al domani e richiederebbero un serio ripensamento dell’attuale assetto scolastico. Ma se qualunque docente, anche alle prime esperienze, si può rendere conto di questi problemi strutturali, forse sarebbe bene che anche chi lavora nelle stanze del Ministero cominciasse ad occuparsene.

Immagine di copertina: Illustrazione di Noemi Quintieri.

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