Il Genera-Azione Festival apre la strada ad incontri e narrazioni intergenerazionali.

Quando una persona non “del mestiere” sente parlare di teatro tende a farsi un’idea un po’ polverosa: attrici e attori che declamano Shakespeare o che incarnano personaggi della Commedia dell’Arte, maschere, costumi e imponenti scenografie… insomma, roba per gente colta e di una certa età. Qualcosa di lontano dal presente, di elitario o quanto meno criptico e, diciamocelo, a volte anche di moderatamente noioso. 

Ora consideriamo la possibilità che, una sera di giugno una persona “non del mestiere” si ritrovi, per una serie di motivi disparati che non staremo ad elencare, ad andare a teatro; mettiamo anche il caso che, dopo questa serata, esca dalla sala con tutte le sue convinzioni sullo stucchevole mondo teatrale andate in mille pezzi, divertita e ricca della nuova consapevolezza che quel teatro altro non è che uno specchio di tante sfaccettature, talvolta nascoste, della propria esistenza. 

No, questa non è la sceneggiatura di uno spettacolo di Beckett o di Pirandello. È semplicemente quello che è successo durante il Festival “Genera.Azioni” la settimana dal 3 al 7 Giugno a Borgosatollo in provincia di Brescia.

La persona in oggetto ritrovatasi a teatro era l’ottantenne del centro anziani che giocava a briscola mentre raccontava della guerra e dei cortili del paese; era il ragazzo con la ferita della solitudine; la ragazza con il male di vivere; la giovane donna che aveva appena perso il padre; la moglie che aveva seppellito il marito; gli sposi che sono sessant’anni che stanno insieme; l’alpino che “un po’ di leva militare farebbe bene a questi debosciati di giovani”; il giovane attivista e quello che era stato appena mollato dalla fidanzata; quella che gira il mondo e non ha ancora trovato il posto dove si sente a casa; quello che la casa l’ha trovata, ma si trova a dover girare per il mondo.

Laboratorio “La nuova classe dirigente” di Caterina Marino al Centro Arcobaleno di Borgosatollo.

A teatro ci siamo ritrovati tutte e tutti, abitanti di un mondo strano, fatto di relazioni, convinzioni, eredità ed introiezioni di una società spesso dura, complessa e calcolatrice. 

Ci siamo scoperti parte attiva del gioco del teatro e della comunità animata dalla sua azione. Il Festival è stato pensato e voluto come occasione di dialogo intergenerazionale: cinque laboratori tenuti da giovani attrici e attori pluripremiati, cinque talk e cinque spettacoli sono stati tempi sospesi e spazi protetti di incontro e scambio, nei quali il vecchio ha trasmesso qualcosa al nuovo, e il nuovo ha donato qualcosa al vecchio. 

Una modalità questa che si è rivelata molto diversa dal “guardare uno spettacolo”, e che può essere meglio descritta come uno “sperimentare narrazioni”, un movimento attivo bidirezionale con la disponibilità a lasciarsi perturbare e trasformare. 

Laura Nardinocchi e la tessera del puzzle di “Arturo”, la memoria dell’incontro mai avvenuto tra due padri.

Tra il palco e la sala del teatro di un piccolo comune della provincia di Brescia si è generata una circolarità tale da diventare propulsore di una vera e propria catarsi: eravamo noi i “piccoli uomini” servi del dio denaro sulla barca che affonda; noi Caterina chiusa nella stanza con il desiderio di riprendersi in mano la propria vita; noi Laura e Niccolò che fanno i conti con i propri padri e con il dolore della perdita…

Il bilancio conclusivo a fine Festival è a favore di un nuovo sguardo alle ferite e alle cicatrici che portano vecchie e giovani generazioni, a favore di una nuova disposizione ad ascoltare le comunità che abitiamo e che portano avanti relazioni e dinamiche sociali sempre diverse seppur nella loro universalità.

Lo sfondo è una società fondata sul falso mito del progresso, su un Capitale che arricchisce senza dare ricchezza, modellata sulla performance che è stata paradossalmente decostruita sul palcoscenico. 

Edoardo Sorgente in “Oh, Little man”, la storia di un piccolo uomo capitalista.

Andare a teatro al Genera.Azione Festival ci ha permesso di guardare a fondo nelle nostre fragilità con comprensione, curiosità, autoironia, senso di cura e di comunità, rompendo il tabù generazionale dell’omertà emotiva.  

Il lavoro attento di ServomutoTeatro ha permesso tutto questo, riunendo attrici e attori capaci di stare non solo sul palcoscenico ma anche in mezzo alle narrazioni della comunità incontrata. 

Un lavoro del quale non si può che aspettare con trepidazione il capitolo successivo!

Immagine di copertina: Caterina Marino e Lorenzo Bruno in “Still Alive”, racconto di chi è sopravvissuto all’abisso della depressione.

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