Cronache di un anno in una scuola per stranieri

L’integrazione non è una cosa facile: storie di ordinari fallimenti (e successi) educativi in una scuola di italiano per persone straniere. Su “Estranei” di Alessandro Gazzoli.

Qualche tempo fa sono entrato nella libreria che sono solito frequentare e la libraia mi ha proposto – con particolare entusiasmo – un libro sulla scuola o, meglio, l’ennesimo libro scritto da un insegnante su un anno passato a scuola. Ormai il mémoire scolastico è un genere a sé stante: pare quasi che ogni insegnante (spesso uomo, generalmente di Lettere) debba scrivere il suo libro sulla scuola, sulla sua esperienza. I protagonisti di queste memorie sono – ovviamente – gli insegnanti stessi: dei veri e propri salvatori “chiamati” a soccorrere giovani in difficoltà. I professori sono come re taumaturghi: la sola lettura di una poesia di Leopardi può salvare un adolscente in crisi. Non tutti sono così retorici; ci sono libri molto belli che afferiscono a questo genere: i miei preferiti non sono tanto quelli di Domenico Starnone (Ex Cattedra e Fuori Registro, di cui preferisco la trasposizione cinematografica La Scuola di Lucchetti); ma il lunghissimo Maggio Selvaggio (1999) di Edoardo Albinati e il divertentissimo Quelli che però è lo stesso (2011) di Silvia Dai Pra’

Quel giorno, alla fine, mi sono fidato della libraia e – un po’ controvoglia – ho cominciato la lettura dell’ennesimo mémoire scolastico: Estranei. Un anno in una scuola per stranieri di Alessandro Gazzoli, edito da Nottetempo e, subito, ho scoperto che mi sbagliavo:  non è il solito libro sulla scuola. 

Gazzoli insegna italiano in una scuola per stranieri nella ricchissima Val di Non in Trentino e – per sua stessa ammissione – non è “vocato” all’insegnamento; a scuola ci è finito un po’ per caso e, in particolare, in una scuola per stranieri ci è finito per uno di quegli scherzi che la burocrazia scolastica può fare. Gazzoli racconta di una classe molto particolare: una terza media di un centro educativo per adulti. Gli studenti e le studentesse sono persone straniere con storie, età e origini assai differenti tra loro: c’è il giovane ragazzo ucraino che – in contemporanea – frequenta anche la scuola serale, ragazze pachistane e indiane arrivate in Italia da poco tempo, un giovane marocchino appassionato  soprattutto alla palestra e una signora colombiana dedita, invece, alla Chiesa Evangelica.

Tre libri sulla scuola.

Il racconto comincia con un episodio che può stupire: quando viene citata – nel corso di un’ora di Educazione Civica – Malala Yousafzai, attivista pachistana per i diritti civili, la reazione della classe (in particolare della componente pachistana) è assai violenta. Secondo una studentessa, infatti, Malala altro non è che una spia pagata dall’Occidente. Gazzoli riporta il suo sgomento che è quello di ogni occidentale: com’è possibile? Il libro inanella, pagina dopo pagina, una serie di episodi che colpiscono: gli studenti stranieri, spesso, sostengono l’esatto opposto di quello che, in Occidente, si ritiene corretto. 

I capitoli centrali del libro (provocatoriamente titolano Dio, Patria, Famiglia) a questo proposito sono assai significativi. Inaspettatamente, ad esempio, la classe accoglie con giubilo l’elezione a Presidente del Consiglio di Giorgia Meloni: apprezzano il suo essere conservatrice. Le pagine che sconvolgono il lettore, però, sono quelle che riguardano le libertà personali degli studenti e, soprattutto, delle studentesse: matrimoni combinati, subordinazione al marito e via dicendo. 

Leggendo queste pagine mi è tornato alla mente il libro Quelli che però è lo stesso di Dai Pra’, al tempo insegnante in una scuola professionale a Ostia; così commentava situazioni simili: “la verità è che ho paura. Ho paura che il cinismo della destra sia più realista del mio buonismo di sinistra”. 

“Estranei” ha almeno due pregi: fa ridere (Gazzoli scrive benissimo) e, soprattutto, non è un libro “retorico”. Il professor Gazzoli non è un re taumaturgo: non salva nessuno. O meglio: si intuisce quanto seriamente lavori  e, dunque – come tutti gli educatori seri – ammette i fallimenti. Sono particolarmente amare le pagine finali in cui si chiede se le poche studentesse che riescono, dopo la terza media, a iscriversi al corso di Operatore Socio Sanitario (OSS) ce la facciano per via della scuola o se ce la potrebbero fare anche senza la scuola. La scuola è ancora quell’ «ospedale che cura i sani, ma respinge i malati», come sosteneva il sempre citato (ma raramente applicato) don Lorenzo Milani. 

Che fare, quindi? Prima di tutto sarebbe bene lasciare da parte una certa retorica e ammettere le difficoltà. Gazzoli racconta una sua paura: spesso si pensa all’incontro con l’altro soltanto come arricchente; lui scrive che quando due verità si incontrano (o si scontrano) «il suo riflesso istintivo non è pensare rapito al gioiello delle diversità, […] ma è una vertigine, sento la terra mancarmi sotto i piedi, perché nel vuoto ogni essere umano può essere alieno all’altro». Ammettere il senso di vertigine che l’incontro con la verità dell’altro può dare è il primo passo per tentare di essere accoglienti. 

A scuola.
Questo libro – tuttavia – non è pessimista, ma realista. Anche i libri di Albinati e Dai Pra’ hanno il pregio di essere realisti e di ammettere il fallimento: sarà perché ambientati – rispettivamente – in una scuola carceraria e in un istituto professionale? Gazzoli con la sua scuola per stranieri ben si inserisce in questa narrazione scolastica poco retorica che meriterebbe molto più spazio nel dibattito pubblico sull’istruzione.  Alcune pagine di Estranei sono, addirittura, ottimiste o, per meglio dire, il lettore – leggendo dell’impegno di Gazzoli e di tutto il consiglio di classe – non può che essere ottimista: la scuola italiana non è così in cattiva salute. Il lavoro di Gazzoli va oltre quello che sarebbe chiamato a fare, il suo è un tentativo onesto di fare scuola. Utilizzo questo aggettivo con l’accezione che gli ha dato l’educatore francese Fernand Deligny: «bisogna sospettare che i tentativi pedagogici onesti siano dei fallimenti e sospettare la truffa dietro l’apparenza di ogni successo strepitoso e immediato»[1]. Ecco, questo è un libro onesto: sulla scuola, sulle migrazioni e sulle contraddizioni che la contemporaneità ci ha dato in sorte.
[1] Fernand Deligny, I vagabondi efficaci ed altri scritti, Edizioni dell’Asino, 2020, p. 75.

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