
Non mi capitava da tempo.
Sono salito sul tram qualche giorno fa, in una grigia giornata di pioggia milanese, una di quelle in cui è bene fare un plauso all’inventore delle giacche impermeabili da montagna.
Tra la dipendenza da smartphone, Tik Tok e la vita frenetica degli ultimi anni, la mia capacità di osservare le cose si è ridotta da tempo, così come talvolta sospetto la mia fantasia.
Così salgo sul tram indaffarato, scuoto con delicatezza la giacca e vengo colto alla sprovvista da un bagliore scintillante alla mia destra. In piedi a qualche metro da me, la collana di un ragazzo sulla ventina attira la mia attenzione: gli anelli che la compongono urlano “Metal!” da tutte le loro molecole argentate.
Ne ho indossate anch’io di simili nei primi anni delle superiori e come me anche i miei amici; parliamo di quelle persone insomma con le quali scambiavo opinioni, punti di vista e recensioni rispetto alla nostra musica del cuore, rendendoci di fatto una comunità, sottolineando con dettagli studiati il nostro macro gruppo di appartenenza.
Negli anni le cose sono cambiate: la collana è diventata un tappo di spray in tasca per evidenziare la mia fede hip hop, mutando poi forma in favore di una camicia portata sopra la maglietta, come vuole la migliore scuola indie.
Scelte, dettagli e accessori che non servono tanto per distinguerci da altre fazioni, ma piuttosto per riconoscersi tra simili.
I gruppi si formano così. Possono diventare una seconda famiglia, sostituirla o rivelarsi semplici esercizi relazionali per prepararci alla nostra nuova identità futura, rispondendo genericamente all’appartenenza (concetto successivo cronologicamente e conseguente per necessità a quello di “origine”).
Ciò che accomuna questi due elementi astratti, però, è il fatto di intersecarsi così bene, a seconda delle intenzioni ideologiche che abbiamo, al concetto di radice.
Possiamo identificare infatti le nostre radici con la nostra famiglia, il golfo di Napoli, uno strumento musicale o i gruppi di cui facciamo parte, consapevolmente o meno.
La cosa affascinante di tutto questo è che esso può cambiare nel tempo, restare una costante o legare una serie di persone, oggetti paesaggi e sensazioni, avendo anche il potere di cambiarle o di ripescarle al bisogno.
Scegliere e individuare quali siano i nostri porti sicuri e quali gli elementi che ci conferiscono forza non è semplice, però ritengo entusiasmante e particolarmente utile ragionarci e provare ad identificarli.
Del resto, parafrasando Servillo, restare saldi alle proprie radici è un ottimo modo per cercare di essere sinceri con noi stessi e con gli altri, cercando di non disunirci – direbbe invece il regista della “Grande Bellezza”-.
Proprio di musica, relazioni e radici ho parlato con l’artista di questo nostro nuovo capitolo insieme.
È con grande piacere che torno ancora una volta tra le pagine di Echoraffiche per proporre una cantautrice estremamente interessante, destinata alla creazione di hit come una hit è il concetto stesso di radice, del resto.
Signore e signori, diamo il benvenuto a Martina Firinu in arte Ella Codesta.

Ciao Martina! Raccontami qualcosa di te
Ciao! Mi chiamo Martina, in arte Ella Codesta.
Ho molte sfaccettature, nella vita ho fatto tante cose, e tutte dialogano tra loro.
Mi sono laureata in pittura come prima laurea all’accademia Santa Giulia di Brescia, e da lì ho capito che volevo dare a un taglio artistico alla mia vita.
Artistico, si, ma declinato anche al sociale, porto avanti infatti con un’amica un progetto dal nome Matissingabbia, tramite il quale facciamo laboratori in carcere di arte e terapia.
Mi sono poi riscritta in università, studio scienze dell’educazione e mi laureo a novembre: sarò educatrice!
Ho fatto diversi lavori nella mia vita, come la barista ad esempio, ora in qualità di educatrice lavoro coi bambini molto piccoli al nido e mi piace molto.
Ho vissuto in tanti posti, vivo a Brescia dal 2015, e anche se non ci sono nata ormai la sento casa mia.
Che mi dici di Ella Codesta invece?
È il mio progetto musicale, che ho avviato nel 2015. Non è il primo però. Quando ero alle superiori facevo parte di un gruppo Grunge femminile: ci chiamavamo Fendy the Turtle.
Per quanto riguarda la tua formazione?
Ho iniziato a suonare tardi in realtà, intorno ai 14 anni. A prendere lezioni di strumento in famiglia è sempre stato mio fratello, ma in generale sono cresciuta in un ambiente dove la musica è sempre stata molto presente. Devo infatti gran parte della mia conoscenza musicale a mio padre.
Sei passata da un contesto di Band a proporti come Cantautrice. Un bel salto.
Sì, è vero! diciamo che comunque in questo momento ho dei musicisti con cui c’è così tanta affinità che mi fa sentire ancora un po’ come fossi in una band.
Penso però che il salto sia stato più che altro ripartire da capo da sola.
Essendo tu cantautrice, soprattutto.
Esatto. Questa è una cosa che mi auguro di non perdere mai. Per me la musica ha una funzione terapeutica e catartica, amo scrivere e parto proprio da questo.

Per chi non ti avesse mai ascoltato, come descriveresti le tue canzoni? Ci sono delle tematiche ricorrenti?
Generalmente parto da un’esperienza personale, introspettiva, parlando di sensazioni e storie vissute cercando di renderle collettive.
Vivo molto intensamente le cose, e questo spesso si riflette anche nella scrittura. Cerco di trasformare le mie sensazioni in immagini. Identificare delle tematiche precise è difficile, ma direi comunque le relazioni con gli altri, la relazione con me stessa, e la mia relazione con il mondo, quindi anche sogni, paure, ansie.
“Le Tue Radici” è uno dei tuoi pezzi che preferisco.
Inizia con un monologo molto interessante, nel quale ho ritrovato lo spaesamento e le insicurezze tipiche del burrascoso periodo tra i venti e i trent’anni.
L’ho avvertito proprio sulla mia pelle, e mi piacerebbe quindi chiederti di raccontarci un po’ questo brano, se ti va.
Mi fa molto piacere che tu mi dica questo perché vorrei davvero che le mie canzoni fossero un po’ un vestito che possano indossare anche gli altri.
C’è una frase che secondo me riassume bene questo intro, e la cito testualmente: “Io non ci ho mai capito un cazzo. Vorrei spendermi per migliorarmi […] ma sono troppo concentrata a slegare nodi su nodi”. Parlo insomma di questa sensazione di non riuscire a riconoscersi nelle situazioni, nella vita, e di avere anche rabbia o fame, intesa come la ricerca di soddisfare un bisogno che non riesco a colmare.
Questo monologo, in realtà, l’ho scritto dopo alla canzone. Il pezzo in sé è più che altro una dedica di lotta insieme a una persona che si ama in un momento un po’ difficile, e questo intro è stato un flusso di coscienza che ho scritto in un momento che sentivo di passaggio.
Ho fatto la barista per molti anni, da qui la frase “Forse tirerò a campare per la vita asciugando bicchieri mentre mi lascio assorbire dalla gente e i suoi problemi”, perché è una cosa che sento caratteristica di me, riuscire a intrecciarmi alle storie delle altre persone, e allo stesso tempo è anche una cosa molto pericolosa, perché a volte non ho bene la dimensione dei confini per proteggermi. È un po’ un flusso di coscienza, tutto quello che vivo che mi attraversa.
Trovo estremamente interessante come sia stato arrangiato questo monologo, essendo un po’ recitato, cantato, musicato.
Si uniforma molto bene con il resto della canzone.
A volte la musica è un po’ come la terapia, nel senso che spesso non mi rendo conto delle cose, finché qualcuno non me le restituisce.
Questo che hai appena detto ne è un esempio. Vuol dire che quello che ho fatto non è stata una cosa completamente arzigogolata ma si è capita.
Ci ho tenuto tanto che fosse coeso, che facesse parte della canzone con una sua musicalità, perché è proprio una parte molto importante del pezzo, è ciò che sono le mie radici, io sono questo e questo è il modo in cui metto radici anche nelle relazioni con gli altri e gli altri mettono radici nella relazione con me.
Per quanto riguarda il come è stato fatto, abbiamo cercato di far sì che la voce fosse comunque predominante, con un arrangiamento caldo, e suoni che evocassero sensazioni, oltre a sottolineare certe parole invece di altre. Il nostro obiettivo è stato accompagnare l’ascoltatore in una sorta di lenta immersione dentro il pezzo.
Qual è il tuo percorso di scrittura? Come ti approcci alla composizione delle tue canzoni?
Le mie canzoni nascono generalmente in due modi differenti.
Il primo è un po’ più organizzato, scelgo dei pensieri che mi sono annotata nel corso del tempo e provo ad incastrarli in musica. La scrittura è una cosa che mi appartiene fin da quando sono piccola, è proprio un mio canale, perciò ho tutto questo materiale che poi a volte diventa una canzone.
Il secondo modo lo definirei un po’ inconscio, nel senso che magari sto suonando e mi parte in automatico un flusso di pensieri. Da li è un continuare ad aggiustare una struttura di parole che emerge, è come se il cuore del pezzo si scriva un po’ da solo, e poi lo sistemo.

In quanto cantautrice e donna, quali differenze trovi nel tuo percorso rispetto ai tuoi colleghi?
Penso sia una domanda necessaria.
C’è sempre uno scoglio dettato dal genere, in tutti gli ambiti. Nel settore musicale in particolare, anche se non voglio cadere nella generalizzazione degli stereotipi; è sicuramente qualcosa con cui mi sono dovuta scontrare. Purtroppo non è una cosa dalla quale mi sento di essere ancora del tutto a riparo, tendo già spesso a dubitare di me e delle mie competenze, ho un po’ questa sindrome dell’impostore, che guarda caso è quasi sempre declinata al femminile.
Noto che in quanto donne veniamo spesso percepite come quelle che non sanno cosa stanno facendo, non veniamo prese sul serio.
Un altro scoglio è l’essere cantautrice: io scrivo e questa cosa non è sempre capita. Siamo stati abituati al fatto che la cantante donna è più che altro un’interprete e viene comunque considerata per le sue capacità vocali, deve essere molto brava, avere una bella presenza, un’immagine di un certo tipo, ma non è necessario che scriva. È sempre un po’ una lotta, non sai mai se davvero piace il tuo progetto, se è quello il centro d’interesse o interessi tu in quanto ragazza.
Prossimi progetti? Hai qualche pezzo in uscita? Dimmi tutto.
Durante quest’ultimo anno abbiamo fatto uscire tre nuovi singoli: Sole Stanco, Alzati, Promessa! e Infiniti Inverni. Siamo tutt’ora in studio dal nostro produttore Marco Temponi e stiamo lavorando ad altri nuovi singoli che faranno parte di un Ep.
Nei prossimi mesi ne usciranno altri due e tra l’altro, in uno di questi due singoli ci sarà una collaborazione, non posso ancora dire niente, però canterà una bellissima persona, un grande artista per me, ne sono molto felice.
I prossimi due singoli che usciranno si chiameranno “Luna piena” e “Sai”.
Ultima domanda, diventata un po’ tradizione in questo format: tre artisti da consigliare?
Florence and the machine
Daniela Pes
Cat Clyde
Ringrazio di cuore Martina per questa bella chiacchierata che ha toccato temi diversi, molto cari a entrambi.
Non mi resta quindi che augurarle il meglio per il progetto Ella Codesta che è una vera chicca e invitarvi ad ascoltarla, sia live che sulle piattaforme!
Immagine di copertina: Credits: Alessandra Giotto






