Manifestanti sudanese con cartelli che recitano “no alla guerra”.

Guerra in Sudan: In mezzo alla violenza, un lume di speranza

Nel giro di due anni, il Sudan è passato da una transizione verso la democrazia a una sanguinosa guerra interna. Anche in mezzo a questa violenza, però, c’è un lume di speranza…

Il 15 aprile 2021 pubblicavamo su queste pagine virtuali un articolo che raccontava di un’aspetto poco conosciuto del Sudan: la capacità della sua popolazione di rovesciare dittature militari per mezzo di manifestazioni pacifiche – non una, non due, ma ben tre volte. Con una terribile ironia, il 15 aprile 2023 – esattamente due anni dopo – il Sudan è piombato in una devastante guerra interna. 

È da ormai più di un mese e mezzo che combattimenti sanguinosi continuano nella capitale Khartoum e in varie regioni del paese. In queste sette settimane, migliaia di persone sono state uccise, due milioni sono state costrette a lasciare la propria casa per spostarsi in zone più sicure, e circa venti milioni – due sudanesi su cinque – rischiano di restare senza cibo. Come si è arrivati a una situazione così disastrosa?

Dalle speranze di democrazia al colpo di stato

La guerra che si sta combattendo ora ha le sue radici nel processo di transizione cominciato nell’aprile 2019 con la rimozione – sull’onda di mesi di forti proteste popolari – del dittatore Omar al-Bashir, al potere per i trent’anni precedenti. 

Manifestanti con bandiere su un treno a Khartoum, Sudan.
Manifestanti sudanesi festeggiano la caduta di Omar al-Bashir.
Credits: Associated Press.

L’uscita di scena di Bashir innesca un confronto molto acceso. I militari che depongono Bashir l’11 aprile sono gli stessi individui che l’avevano protetto fino al giorno prima. Per loro, rimuovere il proprio ex-capo è un modo per placare la popolazione, ma la loro priorità è mantenere il potere – sia politico che economico – che hanno accumulato nei decenni precedenti.

Il piano dei generali, però, non ha fatto i conti con la determinazione dei cittadini sudanesi, che non hanno nessuna intenzione che il potere passi dall’ex-dittatore ai suoi (ex-)amici. I manifestanti continuano a protestare, spingendo i militari a cedere il potere a una coalizione di forze politiche civili. I generali rispondono massacrando brutalmente centinaia di manifestanti. I manifestanti, a loro volta, rispondono scendendo in piazza a centinaia di migliaia in tutto il paese.

Manifestanti con bandiere sudanesi a Khartoum, Sudan.
Decine di migliaia di persone scendono in strata per protestare contro i militari al potere il 30 giugno 2019.
Credits: Reuters.

Alla fine, un compromesso viene raggiunto con la creazione di un governo di transizione composto da un mix di civili e militari. Il governo dovrebbe durare per 39 mesi, per poi portare a un governo totalmente civile e democraticamente eletto. 

I generali, però, non vogliono che questa transizione accada per davvero. Un governo civile ed eletto dai cittadini potrebbe decidere di privare i generali di tutte le ricchezze che hanno accumulato duranti i precedenti decenni passati al potere. Ancora peggio, un governo democratico potrebbe processare i generali per i crimini commessi durante quegli anni, incluso un genocidio in Darfur e il massacro di manifestanti pacifici durante le proteste del 2019. 

Per salvare il salvadanaio e la fedina penale, nell’ottobre 2021 i generali fanno un altro colpo di stato, dissolvono il governo civile, e prendono (di nuovo) controllo del paese. 

Dal colpo di stato alla guerra tra generali

I generali hanno un interesse comune a bloccare una transizione verso la democrazia, ma la loro alleanza è tutt’altro che solida. In particolare, le Forze armate sudanesi (FAS, l’esercito regolare) risentono il crescente potere di una milizia paramilitare, le Forze di supporto rapido (FSR).

Nate come una milizia tribale nella regione periferica del Darfur, le FSR sono ormai diventate una forza armata estremamente potente, con 75-100 mila soldati ben armati a disposizione, e supportate da un vasto impero economico controllato dalla famiglia del leader delle FSR, Mohammed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemedti.

La crescita delle FSR ha creato scontento per le FAS, che si identificano come la vera forza armata del Sudan, e che non vogliono che un’altra entità intacchi il loro dominio sulla politica e l’economia del paese. Le tensioni tra le due forze crescono con il passare del tempo. Entrambe muovono truppe verso la capitale e reclutano nuove leve in giro per il paese. La bomba è pronta a esplodere.

A metà aprile 2023, scoppia la scintilla. Un movimento non autorizzato di truppe FSR nelle vicinanze di una base aerea FAS fa salire le tensioni. Due giorni dopo, in circostanze ancora da chiarire, le due forze cominciano a scontrarsi nella capitale Khartoum. Nel giro di un giorno è guerra piena.

Colonne di fumo sovrastano edifici a Khartoum, Sudan.
A Khartoum, colonne di fumo durante gli scontri tra le FAS e le FSR il 19 aprile 2023.
Credits: Ahmed Satti | Anadolu Agency.

A Khartoum, le FAS usano i loro aerei da guerra (che le FSR non hanno) per bombardare postazioni e convogli di rifornimento dei nemici. Dall’altro lato, per sfuggire ai bombardamenti, le FSR si rifugiano in aree residenziali, occupando case di civili. La popolazione rimane intrappolata tra – e troppo spesso vittima di – combattimenti in strada e bombardamenti aerei.

Gli scontri si accendono ben presto anche in altre aree del paese. In particolare in Darfur, dove le tensioni sono già alte dopo decenni di conflitti, la guerra rischia di degenerare in un conflitto su base etnica. Già ora i morti nella regione sono centinaia, se non migliaia – un blackout completo delle telecomunicazioni nelle ultime due settimane non consente di avere notizie, ma i racconti di chi è riuscito a fuggire dalla zona sono devastanti.

Un lume di speranza

Nel mezzo di questa guerra sanguinosa, che futuro ha di fronte il Sudan? Nessuno può saperlo. Per fortuna, però, anche in questo mare di miseria c’è un lume di speranza. A Khartoum e in giro per il paese, gruppi di cittadini si organizzano in comitati di quartiere per aiutare chi è in difficoltà, nonostante questo comporti rischi per la propria vita. 

Nel mezzo di una guerra, questi “eroi non celebrati” organizzano cliniche improvvisate per curare i feriti, raccolgono e distribuiscono cibo e medicinali, monitorano gli attacchi a ospedali e altre infrastrutture, aiutano persone a spostarsi verso aree più sicure, e scendono in strada per manifestare il loro dissenso contro la guerra, dipingendo slogan per la pace sui muri bucati dai proiettili. 

Cittadino su risciò fa segno della pace con edifici distrutti sullo sfondo, Sudan.
Un cittadino sudanese fa il segno della pace da un risciò, con sullo sfondo edifici distrutti dalla guerra, Khartoum, 27 aprile 2023.
Credits: Mohamed Nureldin Abdallah | Reuters.

Le azioni di queste persone – insieme alla lunga storia di mobilitazione pacifica e democratica in Sudan – ci mostrano che, anche in mezzo al disastro di questa guerra, c’è ancora qualche speranza. La popolazione sudanese chiede da anni “libertà, pace e giustizia”. Un giorno le otterrà, inshallah.

Nota: Le opinioni espresse nell’articolo sono solamente quelle dell’autore, e non riflettono necessariamente quelle di Echo Raffiche o di istituzioni a cui l’autore è affiliato.

Immagine di copertina: Cittadini sudanesi a Niala, sud Darfur, manifestano contro la guerra.
Credits: Ameen Makki via Twitter.

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