I trentenni, una «generazione mongolfiera»

Nel libro I trentenni, Françoise Sand indaga con lucida sensibilità la condizione psicologica ed esistenziale dei trentenni di qualche decennio fa. Eppure, molte delle sue osservazioni risuonano ancora oggi

La raccolta di colloqui I Trentenni. La generazione del labirinto tra la psicoterapeuta Françoise Sand e la giornalista Isabelle Vial, pubblicata nel 2005, evidenzia alcune tra le caratteristiche in comune tra i 25-35enni degli anni Novanta, coloro che stavano vivendo uno “shock generazionale” dato dalle difficoltà nel riuscire a prendere in mano la propria vita. Sand scriveva di come i trentenni nati tra il ’68 e il ‘78 fossero in un’età di passaggio, di sospensione, tra un’identità ancora legata alla giovinezza e il desiderio di entrare in una vita adulta dai contorni poco chiari. «Per la prima volta nella storia europea, i giovani prolungano l’adolescenza di una decina d’anni, senza alcuna fretta di entrare davvero nell’età adulta. Questa generazione “mongolfiera” è caratterizzata da una lunga post-adolescenza nel corso della quale dà l’impressione di galleggiare al di sopra della realtà». Una continua oscillazione emotiva, insomma. 
La generazione dei trentenni, secondo Sand, viveva la condizione di un’insoddisfazione che non riesce mai a trovare una conclusione. Sebbene il contesto sia cambiato, oggi molti trentenni si sentono ancora sospesi, in bilico tra le aspettative di una vita adulta consolidata e la frustrazione di non aver raggiunto gli obiettivi che la società si aspetta da loro. Questa sospensione è aggravata dalla precarietà economica e dalle difficoltà nel trovare un alloggio stabile. L’idea di una casa di proprietà, un tempo considerata il segno distintivo dell’indipendenza, è oggi quasi irraggiungibile per molti. I trentenni di oggi, come quelli descritti da Sand, continuano a vivere la frustrazione di non riuscire a trovare una stabilità che, più che un obiettivo, appare ormai come un miraggio. «Il trentenne, più che un individuo, è un potenziale inespresso, una promessa che non ha mai il tempo di concretizzarsi», affermava Sand.

Una delle riflessioni più profonde di Françoise Sand riguarda il conflitto tra le aspirazioni e la realtà dei trentenni. La vita dei trentenni è una continua disillusione, il sogno di un futuro che non arriva mai. «Ammetto che per noi la strada fosse più semplice, perché disponevamo dell’essenziale: il progetto di una vita familiare classica, un lavoro e il sostegno di una morale. Voi potete imboccare mille direzioni e dunque vi è difficile sceglierne una. Sì, la vostra generazione sembra soffrire di una dispersione del desiderio». Una dispersione, ancora oggi, che non riguarda solo la difficoltà di scegliere una strada, ma anche il fatto che, alle volte, le scelte stesse appaiono vuote o insoddisfacenti, in un mondo che propone troppe alternative, ma poche certezze concrete. La continua ricerca di sé potrebbe non essere solo il segno di una disillusione, ma anche di una resistenza a costruire il proprio cammino. 

Nel libro, Sand osserva anche il cambiamento nei modelli familiari e relazionali dei trentenni, notando che la famiglia, un tempo destinata ad essere il perno attorno al quale ruotava la vita di ogni individuo, è diventata ora una scelta, una possibilità tra le tante. Matrimonio e famiglia non sono più obiettivi, ma scelte consapevoli. «Quella famiglia che per voi è così importante sembra improntata a immobilità o somiglia a un’istantanea, scevra da rivolgimenti. In realtà esistono almeno due famiglie: quella da cui si proviene e quella che si costruirà», scrive Sand. Sebbene le libertà emotive siano aumentate, la difficoltà nel costruire relazioni stabili è una realtà ancora vissuta dai trentenni, che spesso si trovano ad avere a che fare con una crescente solitudine. Liberi, ma forse troppo liberi: il paradosso di una generazione che, pur vivendo più liberamente, finisce per sentirsi più isolata, meno capace di stabilire legami duraturi.

Le riflessioni di Françoise Sand sui trentenni di un’epoca che sembra lontana, ma che in realtà si riflette fortemente nelle esperienze di molti giovani adulti di oggi, ci pongono davanti a un paradosso generazionale: la promessa di libertà, crescita e realizzazione personale sembra essere stata sostituita da un vuoto di significato e da una frustrazione crescente. I giovani adulti di ieri e di oggi condividono un comune senso di sospensione, un continuo oscillare tra il desiderio di indipendenza e la realtà di un mondo che sembra non offrire risposte definitive. Eppure, proprio in questo spazio di incertezza, sta forse la possibilità di una nuova forma di maturità, più fluida e meno vincolata alle strutture tradizionali, ma che richiede coraggio nell’abbracciare l’imperfezione.
Forse è proprio questa continua ricerca di senso, di un obiettivo che cambia e si evolve, che definisce il nostro tempo. Oggi, come ieri, non si tratta di raggiungere una perfezione inattuabile, ma di imparare a navigare nella disillusione con consapevolezza, affrontando le difficoltà e riconoscendo la bellezza anche nei desideri non realizzati, nemmeno mai sognati.
In fondo, essere sospesi non significa essere fermi: potrebbe essere il primo passo per ripensare la stabilità come una condizione più personale e soggettiva, meno legata agli standard sociali e più ancorata alla propria autenticità. E forse, è proprio in questa libertà da aspettative rigide che risiede la vera possibilità di costruire una vita che, pur priva di risposte definitive, possa essere vissuta con maggiore intensità, reale bellezza e consapevolezza.

Immagine di copertina: “I Trentenni. La generazione del labirinto – Feltrinelli Editore, maggio 2006”

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