Le seconde generazioni in Italia: di che scrivono?

In Italia ci sono più di un milione di ragazze e ragazzi nati in famiglie straniere. Cosa scrivono? Cosa dicono? Mohamed Maalel, autore italo-tunisino, nel suo romanzo d’esordio “Baba” (Accento Edizioni, 2023), racconta la multiculturalità con le sue contraddizioni.

Tempo fa mi è capitato di ascoltare la canzone trap “Body RMX” in cui Rondodasosa, uno degli autori, dice: “She’s from Italia, tu vuoi il beef; io non mangio maiale perché è haram, haram”. Il cantante, di origine italiana, si è convertito all’Islam e, in questi versi, richiama il precetto musulmano per cui è vietato (haram) mangiare la carne di maiale. Il fatto che in una canzone (oggetto pop per eccellenza) venga citata una regola religiosa mi ha colpito: non ricordo, infatti, riferimenti religiosi così strettamente dottrinali in altre canzoni. Ho scoperto, poi, che non è un unicum; “haram” è anche il titolo di una canzone di Baby Gang

Quest’ultimo, in particolare, è un autore interessante: di origine marocchina, classe 2001, è noto sia per le sue canzoni che per i problemi con la giustizia. Baby Gang è amatissimo dai ragazzi, i “numeri” dei suoi ascolti sono prodigiosi. Sociologicamente fa parte delle cosiddette “seconde generazioni”: ragazzi e ragazze nati in Italia da famiglie straniere che, molto spesso (il 79% di loro), non hanno la cittadinanza italiana nonostante siano nati nel nostro paese e frequentino la scuola italiana. Il fatto che la canzone più famosa di Baby Gang si chiami “Marocchino” è significativo. In Italia i ragazzi di “seconda generazione” sono più di un milione e la trap è, spesso, il canale comunicativo e artistico prediletto per esprimersi.

fermo immagine videoclip “Haram” di Baby Gang feat. Simba La Rue & Kenem.

Anche Mohamed Maalel, nato nel 1993 ad Andria, giornalista e autore, ha una famiglia di origine straniera: il padre, infatti, era tunisino. Proprio intorno alla figura paterna ruota “Baba” il suo romanzo d’esordio pubblicato da Accento Edizioni. In questo libro di auto-fiction l’io narrante è Ahmed un ragazzo italo-tunisino che racconta il rapporto con il padre Taoufik (affettuosamente chiamato baba), un uomo tanto violento quanto capace di grande affetto. Taoufik è cresciuto nella durezza della Tunisia; è severo e retrogrado, ma generoso e orgoglioso del figlio. Ahmed scrive, ormai adulto, a proposito del loro rapporto, della loro storia; si rende conto che – durante la crescita – ha faticato a sentirsi accolto in Tunisia (i cugini e il nonno paterno sono personaggi meschini e violenti), ma anche in Italia le cose non sono andate meglio. Riferendosi alle scuole medie, Ahmed ricorda che “durante quegli anni ero invisibile per i professori. Mi disprezzavano per il mio odore, cercando quasi un legame con gli scarsi risultati scolastici. Ero il diverso, ero lo strano. «Tornatene al paese tuo marocchino di merda». […]  Presi a rifiutare con la violenza le differenze.” Il racconto dell’adolescenza è ancora più duro di quanto non sia quello dell’infanzia: un “passaggio” segnato dalla ferocia. 

fermo immagine videoclip “Marocchino” di Baby Gang

Di violenza in “Baba” ce n’è molta: sia fisica (particolarmente crudo il racconto  della circoncisione avvenuta in Tunisia) che psicologica (l’accettazione dell’omosessualità e gli episodi di razzismo subiti). Anche nella musica trap si può ritrovare la violenza: i testi di Baby Gang raccontano violenze subite ed esercitate, la  difficoltà di essere accolti in un paese (l’Italia) spesso razzista ed ostile e, poi, i trapper gridano la rabbia per la povertà, il riferimento al riscatto sociale (e, quindi, al denaro) è sempre presente. Anche in “Baba” c’è l’assillo della povertà: i soldi contati per fare la spesa, il pensiero costante al benessere materiale. 

Maalal nel suo libro riflette sul rapporto con la tradizione araba, con l’Islam; il padre vieta spesso al figlio alcune azioni (giocare con le bambole, ad esempio) perché “haram”. Ecco che ritorna un concetto dottrinale che è tanto ricorrente nelle canzoni trap: la presenza della religione che si manifesta nel quotidiano; aspetto che – nell’Occidente secolarizzato – stupisce. Il protagonista, proprio facendo i conti con la cultura araba e la religione,  si accorge che la sua è una storia composta da più “identità”. Anche nella trap ci sono elementi  multiculturali: c’è la  cultura araba (i richiami all’Islam, l’utilizzo della lingua francese e araba), ma – allo stesso tempo – sono espliciti i riferimenti all’Occidente (si pensi all’abbigliamento: i brand americani la fanno da padrone).

“Baba” è un libro che racconta (molto bene) cosa significhi crescere in un contesto multiculturale e tutte le contraddizioni che questo implica. Il padre (il vero protagonista del romanzo) è un personaggio controverso e contraddittorio: in alcune pagine lo si detesta per la sua violenza e ottusità, in altre si apprezza la sua genuina generosità per, poi, commuoversi (con  e per lui) nelle ultime tragiche pagine. Taoufik tenta, goffamente, di mediare tra culture e abitudini diverse. Anche i testi trap sono ricchi di contraddizioni: si richiama con orgoglio alla tradizione araba, ma si brama il denaro, l’Occidente e la modernità.

I personaggi contraddittori, in letteratura, sono i più interessanti; questo accade perché la contraddizione implica (quasi sempre) la complessità. Ecco, mi sembra che quello che scrivono e cantano i ragazzi delle cosiddette “seconde generazioni” sia affascinante per ragioni simili: ragazze e ragazzi che fanno i conti con diverse lingue, culture, abitudini.  “Baba” e la trap, con tutte le contraddizioni che si portano appresso, sono un’ottima narrazione di chi cresce con “più identità”

Immagine di copertina: Baba di Mohamed Maalel, 2023.

Condividi su: