
Questa riflessione si è sviluppata in un periodo di conflitto interiore con il contesto sociale odierno, dove i bisogni reali e giustamente semplicioni degli individui sembrano essere soppiantati da un compiacimento egoriferito e, comunque, solo.
Tutto nasce da Milano, città dove vivo e dove oggi non riesco a vedere altro se non le macerie di un modello sociale escludente di cui siamo assieme vittime e carnefici. A Milano ci sono capitata in qualità di over 25 per un concorso pubblico vinto – e presto abbandonato –, da emigrata in fuga dalla provincia e con forte volontà d’incontro. La verità è che Milano oggi è tutto fuorché incontro. Direte “c’hai quasi 30 anni chiaro che crearsi una rete post-università richieda tempo e dedizione”. Al netto di tre anni in questa città, mi sento di poter dire che il problema è molto più profondo e che, secondo me, trova origine anche nel mito continuo della messinscena del sé che ha soppiantato l’amore per la condivisione.
Mano ai dati: oggi le famiglie unipersonali – quelle formate da un individuo che abita solo in una casa – rappresentano in Italia circa il 38% del totale, numero in costante crescita a partire dagli anni ‘90. Qualche mese fa ha preso spazio la notizia che Milano fosse la città con il più alto numero di single in Italia – circa il 52% delle persone vive da sola – ma aggiungerei, per dovere di cronaca, che anche Roma ha una percentuale di famiglie unipersonali che raggiunge quota 43%. Certamente la ragione va ricercata anche nell’invecchiamento della popolazione e nella maggiore aspettativa di vita delle vedove ma fermarsi a questa spiegazione demografica è semplicistico. La domanda sorge spontanea: quali sono gli altri macro-fattori che stanno lentamente spingendo verso una disgregazione sociale?
La risposta sta nella propaggine delle nostre mani, formula con cui mia madre indica lo smartphone, che ogni giorno ci inghiotte in dinamiche competitive, mostrandoci contenuti che incentivano autoreferenzialità. A tal proposito, aborro una parola seviziata nella nostra epoca – e in questo trovo sostegno in un libro di Claudio Giunta, “Il Paese più stupido del mondo”, consigliatomi da tre cari amici in vista della mia dipartita per il Giappone -: libertà. Infatti, molto spesso questi contenuti social sono pubblicati invocando la libertà di essere chi si è e di fare ciò che si vuole, senza preconcetti esterni, attraverso un completo disconoscimento dello sguardo esterno.

Questo processo di affermazione di sé viene alimentato da input che riceviamo persino da professionisti del settore psicologico. Infatti, scrollando la fiumana di profili social di psicologi e/o psicoterapeuti su Instagram si incappa di frequente in aforismi grotteschi come “devi imparare ad esserci per te, non per gli altri” o “la vera libertà ce l‘hai solo tu, quando vuoi scegliere” o, pura poesia, “cara me, quest’anno ti auguro di credere, in te libera”. Vorrei ci si soffermasse un attimo sulla strumentalizzazione – peraltro impropria – delle virgole, tratto tipico di chi si ostina a pubblicare libri illuminati quando sarebbe opportuno facesse il proprio lavoro nel proprio studio professionale. Questi “professionisti” pongono l’attenzione sul potere del sé, che sicuramente deve essere centrale nella pratica clinica, ma insistono a promuoverlo sempre prescindendo da ogni rapporto sociale (non per gli altri o ancora credi, in te libero/a). A mio avviso, non sono altro che modalità che alimentano la costruzione di un sé solo e bramoso di rivalsa verso una società cieca, che non sa riconoscere il tuo valore.
Da qui si scatena un effetto domino: troviamo contenuti di utenti che elencano le proprie libertà raggiunte tramite faticose frasi come “lo devo solo a me stesso” oppure “finalmente libero alle mie sole regole” rispetto a traguardi conseguiti. Quando inciampo in queste caption, sinceramente, le interpreto come un attacco personale. Non tanto perché non riconosca il risultato altrui ma perché trovo arrogante voler credere di essere in eterno conflitto con l’Altro – e quindi anche con me – e perchè, se per qualificarti come libero devi proclamare forme edulcorate del “l’État c’est moi”, c’è un problema di assolutismo emozionale da affrontare. Se si fosse raggiunta la libertà tanto incoraggiata dagli psico-inflluencer, non ci sarebbe la necessità di un continuo posizionamento personale, sociale o economico rispetto all’Altro ma piuttosto un riconoscimento di sé con l’Altro.
Durante la mia permanenza per ragioni di lavoro in Giappone, nota patria dell’isolamento cittadino come da recente reportage di Presa Diretta, fra le mie letture ho scoperto che la ricerca medica è univoca nel ritenere che l’isolamento sociale – da non intendersi come lo stile di vita degli hikikomori ma forme di solitudine molto più blande – aumenta il rischio di ictus, demenza e depressione. La World Health Organization sostiene che la solitudine sia un fattore di rischio al livello di fumo, obesità e vita sedentaria e ha appositamente istituito per il triennio 2024-2026 una Commissione sulla connessione sociale che studi il fenomeno dell’isolamento sociale e proponga soluzioni in considerazione dell’elevata percentuale di famiglie unipersonali. Non ci meravigliamo, quindi, se sbandierare i propri successi per comprovare la sacra liberazione dall’Altro sia misura vana nel lungo periodo. Anzi, non fa altro che creare concorrenza sul piano umano, distanziare e determinare l’incidenza di numerose patologie con elevati costi per i sistemi sanitari.
In nome della ciarlatana bandiera della libertà ci hanno voluti soli e noi, dal canto nostro, ci siamo fatti distrarre da micragnose battaglie intestine il cui esito, alla fine dei conti, è indifferente. Il vero insuccesso è la nostra odierna fragilità nello sviluppare reti sociali di mutuo aiuto e di rinforzo e credo sia opportuno riconoscerlo per provare ad incentivare forme di collettività spontanee e gratuite.
Perché questa valanga di riflessioni indisciplinate? Perché credo ci voglia da parte nostra più intransigenza di fronte a questa commercializzazione di sé in conflitto perenne con l’Altro-persona fisica. Se veramente c’è un Altro da mettere in discussione – e dal canto mio ritengo di sì – è troppo imponente e radicato da poter essere abbattuto dalla reclusione emotiva del “io contro tutti/e”. Confidare nelle proprie sole capacità, invalidando la funzione salvifica offerta spesso dal confronto con le altre persone, è un atto ridicolo di auto-divinizzazione.
“L’intransigenza è perciò anche una necessità democratica” scriveva Gramsci nei suoi Scritti politici; ebbene l’intransigenza è una pratica che sarebbe bene adottare di fronte a comportamenti che mettono in dubbio la forza premurosa della riflessione condivisa. Ancora di più oggi, in una società frammentata e di grandi solitudini.
Immagine di copertina: Illustrazione di Anna-Maria Stefini.






