filo spinato su sfondo blu

Qualcuno si ricorda di me?

Creare un legame tra chi vive dietro le sbarre e chi no può diventare un modo per combattere l’indifferenza verso la realtà delle carceri.

Quando le pagine della cronaca vengono raggiunte da notizie delle carceri veniamo svegliati dal rassicurante torpore della quotidianità. Una quotidianità che segue le vicende giudiziarie solo fino a quando fanno share e riempiono i salotti televisivi, ma che si dimentica ben presto dei protagonisti meno famosi che vengono rinchiusi in carcere. Spesso queste storie ci raccontano di diritti negati, ci viene ricordato che qualcuno che è stato privato della libertà ha subito un’ingiustizia o una violenza. Alcuni ascoltando queste storie si indigneranno per qualche momento, altri quasi con fastidio verranno toccati per qualche minuto una realtà che ben presto si dimenticheranno sollevati. 

La narrazione usa troppo spesso due unità di misura differenti per raccontare un evento accaduto dentro e fuori il carcere. Perché se anche stanno male, vivono in condizioni terribili e i loro diritti vengono calpestati, la certezza è che tanto “Loro” se la sono cercata. Basti pensare alla recente campagna vaccinale e alle critiche politiche, e non solo, contro le vaccinazioni per i carcerati prima di alcune fasce di popolazione. Come se la nostra libertà ci desse il diritto di avere priorità sugli altri. Ma questo ci rende persone cattive? Forse sì, forse no. Ma nel dubbio meglio non pensare a “Loro”, a chi vive in carcere, così quando ce ne dimenticheremo di nuovo il nostro senso di colpa sarà meno forte.

Ma come intaccare questa indifferenza verso una situazione di detenzione che riguarda più di più di 50.000 persone in Italia? Dare ai detenuti la possibilità di far sentire la propria voce oltre le sbarre, uno spazio in cui siano loro in prima persona a raccontare le loro storie e le loro passioni. Perchè se magari iniziamo a conoscere la realtà delle carceri, anche se in modo limitato, forse possiamo iniziare a parlarne con più consapevolezza e avere maggiore sensibilità verso tematiche che c’erano prima sconosciute. E forse possiamo far comprendere ad altri che l’indifferenza del singolo verso la prigione «significa anche indifferenza ed ingiustizia della società verso la persona umana» (associazione Antigone).

segni di gesso bianchi su una lavagna
Il contatto e la comunicazione con l’esterno aiuta a rendere il carcere un luogo dove mantenersi umani.

Fortunatamente negli anni sono nate diverse realtà che cercano di puntare i riflettori sui detenuti e la loro quotidianità.  Nella trasmissione “Jailhouse rock. Suoni, suonatori e suonati dal mondo delle prigioni” le storie di grandi musicisti si incrociano con quelle delle nostre carceri. Tra gli esempi più famosi non si può non menzionare la storia di Chet Baker, uno dei più grandi jazzisti americani. Arrestato per possesso di droga a Lucca, divennero storia i suoi concerti che arrivarono ad attirare cittadini alle mura del carcere per ascoltare il trombettista. Il progetto, nato all’interno dell’associazione Antigone, vuole raccontare le carceri italiane attuali e le vicende di chi vi è detenuto usando come strumento quello della musica. I detenuti diventano i protagonisti di ogni episodio, proponendo la loro musica – in ogni puntata la band Freedom Sounds del carcere di Bollate propone le cover degli artisti ascoltati nella puntata – oppure raccontando le loro prigioni in prima persona. La trasmissione condotta da Patrizio Gonnella e da Susanna Marietti può essere ascoltata su varie radio italiane da Radio Popolare (martedì alle 23.00) a Radio Onda d’Urto (mercoledì alle 14:30).

Con l’obiettivo di avvicinare chi sta dentro con chi sta fuori, in tutto il mondo sono nate numerose iniziative che creano connessioni e anche amicizie grazie a una penna e un foglio di carta. Scrivere a un detenuto permette a chi è fuori dal carcere di conoscere una persona che vive in una realtà diversa di cui spesso si sa molto poco. Una di queste associazioni è diventata addirittura virale sui social media (TikTok) nel 2020. E in Italia? Tra le varie organizzazioni, la Comunità di Sant’Egidio mette in comunicazione persone che vivono in carceri in tutto il mondo e che sono state condannate a morte.

<«Ricevere una lettera è il segno che qualcuno ha a cuore la tua vita. E' un legame con il mondo esterno. E' la speranza che qualcuno si ricordi di te. Spesso può significare la possibilità di allacciare un'amicizia duratura e sincera, altrimenti impossibile»
Comunità di Sant’Egidio

La corrispondenza epistolare diventa un momento in cui la persona può essere libera e creare un collegamento con quello che accade fuori dal carcere. Forse l’unico. 

Creare un ponte tra una prigione e il mondo esterno è anche la missione dell’associazione Libere Lettere, che facilita e favorisce la corrispondenza con detenuti nelle carceri italiane. La speranza è quella di creare un momento di evasione dalle mura della cella, permettere alle persone di incontrarsi e forse allargare un po’ le sbarre delle finestre.

Immagine di copertina: Il mondo delle carceri viene spesso dimenticato e raramente raggiunge le prime pagine di cronaca.

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