I recenti fatti di cronaca hanno riportato alle luci della ribalta in Italia il mondo del tifo organizzato: caloroso, appassionato, ma anche capace di rendersi protagonista di gravi episodi di violenza. Fenomeni da spiegare, prima che da condannare.

Il variegato mondo del tifo da stadio italiano sta vivendo una seconda giovinezza. Qualche avvisaglia era già stato avvertita prima dello scoppio della pandemia, ma ora i numeri, che raccontano di undici milioni di presenze totali nei vetusti impianti della serie A italiana durante tutto lo scorso campionato – quarti in Europa – lo confermano: andare allo stadio è tornato ad essere «di moda» e, mai come negli ultimi anni e nonostante prezzi e orari sempre più inaccessibili, la voglia di essere “attore dal vivo”  della partita di pallone ha raggiunto livelli che sembravano impensabili solamente dieci anni fa. Tutto é bene quel che finisce bene, dunque: si parlava di stadi vuoti e ora son pieni. Sarà così?

Degenerazione. Da sempre il mondo del tifo genera un fascino tutto particolare per chi assiste ad una partita di calcio. Chi, soprattutto da piccoli alle prime esperienze allo stadio, può dire di non essersi lasciato trascinare dal calore dei settori del tifo organizzato? Probabilmente nessuno. Ma oltre alla dimensione di sostegno incondizionato alla squadra, il mondo ultras ha da sempre una componente turbolenta che può degenerare in fatti violenti. Genova, La Spezia, Cagliari, Arezzo, Livorno, Montecatini; la cronaca sportiva degli ultimi mesi è ricolma di episodi di risse più o meno gravi tra opposte fazioni sportive. L’azzeramento poi dei direttivi delle due curve di Milano ha fatto il resto, accendendo ancor di più i fari «sull’altra faccia» del mondo ultras. 

Capire i fenomeni. Liquidare il fenomeno ultras a semplice serbatoio di criminalità è quantomeno limitativo: le curve non sono fatte solo da criminali. Ci possono essere singole persone che hanno pendenti processi e/o condanne con la giustizia, ma la stragrande maggioranza degli ultras vive la curva come una forma associativa simile a tante altre. Il mondo ultras ha i suoi codici non scritti, ovvero regole che gestiscono i comportamenti dei singoli, oltre che senso di appartenenza a una fede, in questo caso sportiva; un’associazione certamente meno “ortodossa“ di molte altre, ma comunque calorosa e accogliente. È anche necessario sottolineare come tante buone azioni compiute dai “famigerati” ultras passino regolarmente sotto silenzio: le raccolte fondi a favore di chi ha più bisogno, o l’aiuto fornito alle vittime di disastri naturali estremi difficilmente ottengono la stessa attenzione mediatica di una rissa, ma é risaputo che fa sempre più rumore un albero che cade piuttosto che una foresta che cresce.
Ciò premesso, i fatti violenti avvenuti fuori e dentro gli impianti sportivi sono gesti da stigmatizzare e da sanzionare; ma va altresì ricordato che il luogo in cui un cittadino italiano subisce più controlli, dopo gli aeroporti, sono gli stadi e ciò li rende posti sicuri: chi sgarra viene infatti immediatamente individuato grazie all’ausilio delle telecamere e degli steward e colpito da Daspo. Un capitolo a parte si apre poi con le risse che accadono in strada, talvolta anche piuttosto violente, come durante lo scorso derby di Genova tra Genoa e Sampdoria, concluso, al termine di una guerriglia partita nel pomeriggio e durata fino a tarda notte, con un bilancio di 38 feriti. Un episodio grave, costato alle due tifoserie 3 partite in casa a porte chiuse e 3 in trasferta senza tifosi al seguito. Spiegare le ragioni di questa faida é mestiere complesso: certamente é arrivata al termine di continue provocazioni tra le due tifoserie, in un crescendo che lo scorso 25 settembre ha portato allo scoppio della guerriglia urbana che ha devastato Genova. Altrettanto dura é stata la punizione delle autorità, ma inutile al fine della risoluzione dei veri problemi che hanno fatto deflagrare lo scontro: il furto e l’esposizione dei drappi sampdoriani da parte dei tifosi del Genoa, la vandalizzazione dei murales della Nord Genoana ad opera di supporter Doriani, l’accoltellamento di un tifoso del Genoa sempre da parte doriana e l’assalto alla sede dei tifosi blucerchiati da parte di un gruppo di tifosi del Grifone. 
Se non verrà dunque trovata una soluzione alle vere questioni che hanno generato gli scontri, non serviranno a nulla le sanzioni draconiane inflitte dallo Stato: al prossimo derby di Genova, tutto si ripeterà in maniera pressoché identica.

Degenerazione massima. Un capitolo a parte meritano le recenti vicende giudiziarie che hanno azzerato i direttivi delle curve di Milan e Inter. La fattispecie di reato, in questo caso, è ben più grave di una semplice rissa: si parla infatti di accuse gravi come estorsione, associazione a delinquere, spaccio. Ma, anche in questo caso, è giusto provare a fornire una diversa chiave di lettura di quanto accaduto nelle due curve milanesi, altrimenti si rischia solo di appagare la sete di sangue di molti senza voler entrare nel merito di questioni ben più complesse di quel che sembrano. Le due curve milanesi, negli ultimi anni, hanno infatti vissuto profonde trasformazioni, riuscendo a riportare San Siro, che negli anni ’10 di questo secolo faticava a riempirsi per metà, ai fasti degli anni d’oro del movimento in Italia. Ciò ha spinto (soprattutto grazie ad un sapiente uso dei social network) molte più persone ad avvicinarsi alle due curve milanesi, creando un potenziale giro d’affari di migliaia di euro che ha inevitabilmente ingolosito i capi delle due curve, veri artefici della brandizzazione del “marchio“ Curva Nord Inter e Curva Sud Milano. Sulle accuse di reato si esprimerà poi la magistratura, ma da osservatore esterno fa specie notare la maestria con cui tutto ciò che era semplice tifo ha saputo diventare business. La perdita dell’essenza finale dell’essere ultras, almeno in Italia. 

Lo stadio dello Stoccarda, in Germania.

Tirando le somme. Premessa: ciascuno di questi pochi paragrafi avrebbe meritato un approfondimento più completo, che però è impossibile da redigere se non si è pienamente addentro alle dinamiche “curvaiole” delle varie realtà italiane. Resta la complessità di un fenomeno che troppo spesso viene liquidato a semplice esercizio di violenza gratuita, senza tener conto delle cause alla base di tutto ciò: antipatie tra città che risalgono all’Italia medievale dei Comuni, una componente dell’animo umano fatta di confronto anche aspro e un movimento che nelle grandi realtà cittadine ha perso la sua “anima“ diventando business e di conseguenza attirando le mire della criminalità organizzata. É possibile che in Italia si arriverà un giorno al “modello Grecia” dove quasi tutte le trasferte sono vietate ai tifosi ospiti, ma non sarà la repressione dura e feroce a fermare un fenomeno di aggregazione che, almeno in Italia, ha più di 50 anni di storia e almeno altrettanti all’orizzonte, visto che per le giovani generazioni, come è emerso in un sondaggio pubblicato per “la Gazzetta dello Sport”, gli ultras “fanno sentire parte di qualcosa di più grande“. Preso atto di ciò, entrambe le parti in causa – lo Stato e alcuni rappresentanti del mondo Ultras – potrebbero e dovrebbero sedersi a un tavolo, per provare a trovare un punto di incontro (cosa che è avvenuta in Germania, dove ad esempio l’uso di torce e fumogeni è libero, mentre in Italia può costare un Daspo) che possa cercare di far coesistere le due facce della vita da spalti. Non sarà facile, ma perché non provarci?

Immagine di copertina: Tifo e fumogeni gialli. L’essenza del mondo ultras.

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