
Ho ventotto anni e non pratico sport da almeno 14 anni. Questo, ovviamente, non è motivo di vanto, anzi. Non va bene. Di recente – per via di un feroce mal di schiena – mi sono interrogato sul perché di questa mia inattività sportiva. Nonostante ci sia una certa urgenza, infatti, iniziare a praticare sport è – per me – un’esperienza ardua. Credo che questa mia incapacità di praticare sport sia – prima di tutto – un fatto educativo: sono “ineducato” allo sport.
Non sono stato un bambino sportivamente talentuoso (scoordinato, decisamente poco forzuto), ma il fatto che più mi faceva desistere era un altro: non mi sono mai divertito a fare sport. Per me il “gioco” era altro. Di recente Luca Vettori – ex pallavolista professionista – ha pubblicato una serie di podcast sullo sport e, nella prima puntata, ha riflettuto su come la dimensione del “gioco” sia fondamentale nella pratica sportiva. Perché un ragazzo o una ragazza dovrebbe praticare attività motoria? Certamente perché è importante per il suo benessere psicofisico, ma la maggior parte dei ragazzi che – ad esempio – giocano a calcio non lo fanno per la paura del mal di schiena, ma perché si divertono. Per il gioco, appunto.
Come detto, sono un pessimo sportivo: per me il divertimento è altrove e i libri sono – forse – la mia forma di intrattenimento preferita. L’educazione alla lettura non è poi tanto diversa da quella sportiva: così come è bene che bambine e bambini abbiano modo di praticare attività sportiva è importante che qualcuno li avvicini ai libri. I benefici ci sono in entrambe le attività, ma se dello sport ci si sta preoccupando (è stato modificato l’art. 33 della Costituzione) della (dis)educazione alla lettura secondo me non ci si sta occupando a sufficienza o – piuttosto – ce ne si occupa in maniera retorica e poco pragmatica.
Dalla scuola media in poi (la primaria è – infatti – ancora un’isola felice) agli studenti, spesso, si impone la lettura per il solo fatto che «leggere è importante». Così come faceva la mia professoressa di ginnastica del liceo che – con voce grave – mi ricordava quanto fosse importante impegnarmi nei giochi studenteschi di atletica, allo stesso modo gli insegnanti di Lettere propinano letture improbabili (Il piacere di D’Annunzio, ad esempio) a diciassettenni che, comprensibilmente, si limiteranno – la sera prima dell’interrogazione – a leggere dei riassunti su ChatGpt.
Che fare quindi? Non intendo certo dire che sia bene accettare il fatto che i ragazzi non leggano, anzi. Quello che gli insegnanti (e gli educatori) dovrebbero provare a fare è proporre la lettura come divertimento. In fondo si tratta di recuperare una cosa che ragazze e ragazzi conoscono già: quasi tutti loro – nell’infanzia – si sono divertiti leggendo Geronimo Stilton o sfogliando un fumetto.
Purché leggano, quindi, va bene qualsiasi cosa? Dalla biografia di Cristiano Ronaldo ad una fan fiction? In una certa misura direi di sì.

Ricordo che, in seconda superiore, lessi nelle stesse settimane i Promessi Sposi e Tutti giù per terra di Giuseppe Culicchia. La prima fu per me un’esperienza terrificante, soltanto 5 anni dopo avrei capito la grandezza del romanzo di Manzoni, ma avevo – appunto – un’altra età. Il libro di Culicchia di cui – a buona ragione – non ci sarà traccia nella storia della letteratura italiana mi appassionò moltissimo e, grazie a quel libro, cominciai a leggere narrativa italiana contemporanea in maniera vorace. Non credo che i libri che lessi in quegli anni mi abbiano reso una persona migliore, anzi; ho riletto – di recente – Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi (altro mio must di quegli anni) e mi pare che sia invecchiato piuttosto male. In quegli anni, però, grazie al divertimento che provavo nella lettura di Brizzi & co., sono diventato un lettore. Brizzi & co. sono stati una via per leggere altro.
Credo che intercettare il gusto letterario ed estetico dei sedicenni sia difficile, molte proposte rischiano di non essere apprezzate. A questo proposito ci sono – però – vari soggetti (sovente più aggiornati dei docenti) che portano avanti un lavoro meritorio. Ad esempio, la biblioteca della mia città – Trento – ha un’intera sezione dedicata alla cosiddetta narrativa Young Adult. Il lavoro dell’associazione “Hamelin” di Bologna (in particolare il progetto “Xanadu”) è una delle esperienze più felici di educazione alla lettura degli ultimi anni.
Mi rendo conto di come il mio ragionamento possa essere pericoloso: si tratta – inevitabilmente – di «abbassare l’asticella» dirà qualcuno. Può darsi: i libri degli influencer sono stilisticamente pessimi, non hanno nulla a che fare con la buona letteratura. Se – però – in virtù della loro “importanza” si continuano a proporre libri illeggibili per il gusto estetico dei sedicenni, il rischio (più che mai tangibile) è che i ragazzi – una volta adulti – non avranno modo di apprezzare la letteratura perché totalmente ineducati all’attività della lettura.
E così, come io – ineducato allo sport – mi sono perso divertenti serate al calcetto e combatto giornalmente contro il precoce mal di schiena, loro non apprezzeranno pagine di bella letteratura come quelle di Pontiggia che, sulla questione, scrisse così:
«Io trovo deprimente, a questo proposito, la pubblicità dei libri come strumenti di sapere, perché ce li rende molto lontani. Che i libri siano strumenti di sapere penso che ogni persona di media intelligenza possa coglierlo. Quello che bisognerebbe far capire è che il libro può essere anche un’esperienza straordinaria, un piacere che ci invade, un vivere mondi paralleli, un viaggio pieno di scoperte. Se invece noi sottolineiamo l’aspetto strumentale, veramente riduciamo il libro a una dimensione opaca.»
(G. Pontiggia, Dentro la sera, conversazione conversazioni sullo scrivere, Belleville, 2016, p. 43.)
E fare a meno di esperienze straordinarie è un peccato piuttosto grave.
Immagine di copertina: Per leggere è bene ripartire dal divertimento.






