Sanità pubblica in balìa delle società di consulenza: perché è ora di smettere

Questo è il primo articolo di un ciclo sul tema Pubblica Amministrazione in cui l’autrice cercherà di analizzare il ruolo del settore pubblico, proponendone un radicale ripensamento.
Per rispondere ai problemi che attanagliano il settore sanitario pubblico, si assiste ad un incremento vertiginoso di contratti con le Big della consulenza. Breve analisi fra le contraddizioni che ostacolano il buon andamento del pubblico.

Il documento 2023 elaborato dal Governo per l’aggiornamento delle previsioni economiche e della finanza pubblica e per l’introduzione degli obiettivi programmatici dell’anno mostra, attraverso le stime previsionali sulla spesa sanitaria 2024-2026, come siano stanziati ancora pochi investimenti statali sulla salute pubblica e sul personale sanitario. Il definanziamento della sanità pubblica operato negli anni dai Governi italiani rivela la totale assenza di una programmazione di lungo periodo, considerato soprattutto che l’Italia incontrerà una crescita esponenziale delle domande di cura per patologie cronico-degenerative.

La cornice entro cui la politica ha definito il pubblico per anni è quella del New Public Management (Npm), un approccio di matrice anglosassone fondato sul trasferimento di logiche manageriali e competitive nel pubblico che, seppur acclamato in una prima fase, si ostina ad accomunare l’esperienza pubblica e quella privata senza riconoscerne le reciproche peculiarità. Uno dei risvolti pratici del Npm è il ricorso alle esternalizzazioni dei servizi pubblici ovvero l’affidamento di attività o fasi specifiche proprie di un’organizzazione ad un soggetto privato. Queste politiche economiche thatcheriane hanno contribuito a creare nuove opportunità di espansione per i colossi dell’industria della consulenza sia nel privato che nel pubblico – area di cui ci occuperemo.

Le società di consulenza più conosciute si dividono in due rami: le Big Three di cui fanno parte McKinsey, Bcg e la Bain & Company che si occupano di consulenza strategica e le Big Four di cui fanno parte PwC, Deloitte, KPMG e EY che si occupano dei servizi contabili. Secondo il rapporto 2023 dell’Osservatorio sul Management Consulting di Assoconsult, il 43% delle assunzioni nell’industria della consulenza è costituito da neolaureati che nelle società di consulenza di media e grande dimensione arriva a raggiungere il 54% della nuove assunzioni. Come mai il mondo della consulenza è formato da così tanti/e giovani? La retribuzione offerta e le possibilità di avanzamento di carriera, date quasi per certe in base all’anzianità di servizio,  catturano legittimamente chi entra nel mercato del lavoro, che oggi offre per lo più tirocini male retribuiti e forme nuove di precariato. Altro aspetto che incide sul continuo ricambio generazionale è dato dall’adozione di politiche promozionali “up or out, secondo cui o il/la dipendente viene promosso/a oppure l’aspettativa è che, prima o poi, dia le dimissioni, vantando comunque sul curriculum l’esperienza lavorativa nella realtà consulenziale. Ciò che gioca a favore delle società di consulenza sono sia l’ambizione e la capacità di adattamento dei/delle dipendenti che la possibilità di ricevere referenze in uscita, da spendere nella ricerca di un nuovo contratto di lavoro.

Mariana Mazzucato e Rosie Collington nel libro “The Big Con: How the Consulting Industry Weakens our Businesses, Infantilizes our Governments and Warps our Economies hanno analizzato gli intricati rapporti fra il settore pubblico a livello internazionale e il mercato dei servizi di consulenza, grazie alla collaborazione attiva di ex consulenti, dirigenti pubblici, giovani consulenti e politici. La domanda che muove lo studio della Mazzuccato e della Collington e che dovrebbe essere priorità anche nei processi decisionali del Governo italiano oggi è: si vuole rilanciare la sanità pubblica oppure si vuole, ancora, dipendere dall’intervento (para)salvifico delle grandi società di consulenza?

The Big Con: How the Consulting Industry Weakens our Businesses, Infantilizes our Governments and Warps our Economies di Mariana Mazzucato e Rosie Collington, 2023, edito da Allen Lane.

Siccome prevedo nasi storcersi premetto che l’intenzione non è quella di puntare il dito verso chi sceglie questa strada, non è mio interesse dichiarare una guerra (fra poveri tra l’altro). La volontà è, piuttosto, quella di far riflettere attentamente chi lamenta l’inefficienza del pubblico quanto oggi molti fondi statali, che sarebbe bene destinare direttamente alla sanità pubblica, confluiscano nella stipula schizofrenica di contratti con i Big della consulenza.

Le ragioni che rendono problematico l’outsourcing dei servizi attinenti alla salute pubblica si racchiudono in tre grandi direttrici. La prima riguarda le differenti logiche che muovono il settore pubblico e quello privato; il primo ha quale fine istituzionale la tutela dell’interesse pubblico a cui l’amministrazione è preposta che, nel settore sanitario, è la salute pubblica, mentre il secondo ha finalità di lucro. Come scrive la Mazzucato, le società di consulenza spesso lavorano per due padroni: da un lato le aziende che sono cause prime dei disastri ambientali e sanitari (si segnalano fra le tante ENI, ExxonMobil, Aramco) e, dall’altro, i Governi che predispongono misure che contengano l’emissione di C02 nell’aria. Un caso eclatante in Italia riguarda la Missione n.6 del PNRR con cui sono stati stanziati 8,63 miliardi di euro per l’innovazione, la ricerca e la digitalizzazione del SSN. Nel 2021 McKinsey, KPMG e EY hanno stipulato contratti di consulenza con numerose Regioni italiane aventi ad oggetto la digitalizzazione dei dati sanitari di importo complessivo pari a 185 milioni di euro. Nello stesso anno McKinsey è stata condannata a pagare 573 milioni di dollari per chiudere un contenzioso con 49 Stati americani per il ruolo assunto nella liberalizzazione dell’oppioide OxyContin della casa farmaceutica Purdue Pharma, che ha causato oltre 400.000 morti e un’ondata enorme di dipendenze (per altre info su disastri del colosso newyorkese qui). Il paradosso è che, nel nostro ordinamento, è prevista una normativa stringente in materia di conflitto di interessi, anche solo potenziale, dei dipendenti pubblici nel rispetto dei principi di imparzialità e buon andamento. Porsi una domanda è inevitabile: come è possibile che si esternalizzi alle Big che hanno un primato evidente in punto di conflitti di interessi?

Titoli in primo piano di alcune testate giornalistiche.

Il secondo problema si rinviene nelle motivazioni che hanno condotto a tale soluzione d’urgenza regionale fra cui, oltre alla difficoltà di integrazione dei sistemi informatici con le soluzioni presenti, si segnala la scarsa cultura digitale nel pubblico. Quindi, invece che investire sulla formazione specifica dei dipendenti, sempre in una logica di breve periodo, si opta per esternalizzare l’attività quale panacea di tutti i mali (pubblici). Il terzo problema è che così facendo, a fatica viene riconosciuta allo Stato la funzione di “creatore di valore” nell’economia. Questo aspetto alimenta la convinzione che le competenze delle grandi società di consulenza siano irrinunciabili per assicurare l’innovazione del settore sanitario pubblico, creando tra l’altro un impatto negativo sulla percezione dei dipendenti dell’ente pubblico. 

Ma questi tre aspetti, qui appena accennati, avremo modo di setacciarli meglio nel prossimo articolo (sempre che non abbiate storto troppo il naso). 

Immagine di copertina: illustrazione di Ludovica Schiavone.

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