collage di foto polaroid di diverse città.
Vivere all’estero è come essere sulle montagne russe, sempre di corsa e pieni di adrenalina, attratti dalle infinite opportunità che il mondo là fuori ci può offrire. Perché (non) fermarsi?

Zaino in spalla, trolley alla mano e valigione da 20 kg: un saluto emozionato e la promessa di rivedersi presto al primo ponte delle vacanze. Un abbraccio, un bacio e ci si incammina, sbirciando senza farsi vedere chi ci saluta da dietro le lunghe file di persone pronte per il viaggio. Si cerca un posto per caricare il telefono e si rimane in attesa di sentire la chiamata per il volo tanto atteso che porterà a cambiare vita, per un po’ o per sempre. Chi siamo? Expat.

Tanti iniziano questa esperienza fin da giovani, attratti da paesi e culture diverse, spinti dalla voglia di uscire dal paesino di provincia e potersi dire cittadini e cittadine del mondo. Ma soprattutto dal cercare un’opportunità che a casa non c’è. L’Erasmus ha plasmato una generazione di sognatori che sentono le quattro mura domestiche strette, che vogliono arricchire il loro bagaglio culturale e sociale. E l’Europa è il posto perfetto per farlo. 

In poche ore si può passare dalla cultura dell’olio d’oliva e del vino a quella del burro e della birra. Non ci si deve preoccupare di visti, passaporti, assicurazioni sanitarie o (nella maggior parte dei casi) di dover cambiare valuta. È così che per tante persone il viaggio è iniziato. Si pensa che tanto il trasferimento sarà temporaneo, sei mesi o un anno, e se anche ci viene nostalgia si può scendere a casa uno dei prossimi weekend.

Se la vivi meno bene non vedi l’ora di rientrare. Bella esperienza, ma non da rifare. Ma se la vivi bene fa sentire invincibili, si forgiano amicizie che resteranno per una vita e si aprono finalmente gli occhi al mondo che fino a quel momento avevi visto solo attraverso uno schermo. E dopo il primo paese, chi ci ferma più? Se lo hai fatto una volta puoi farlo una seconda e una terza. Come un canto della sirena, attrae verso un cambiamento continuo e mille opportunità che sono così vicine e raggiungibili.

La vita in una valigia sempre pronta a partire ma con la certezza che a Natale torneremo sempre a casa. Perché sì, nonostante siano passati anni, casa è sempre casa. Tuttavia, se all’inizio ci sembra sempre la stessa, più il tempo passa e più ti rendi conto che casa, e tutte le persone rimaste, non sono più le stesse di quando ce ne siamo andati. C’è chi si è trasferito, chi ha messo su famiglia, chi ha comprato casa, chi si è scoperto amante del fai-da-te (DIY, do it yourself). Ci mostrano come la loro vita sia andata avanti senza bisogno di stravolgerla e soprattutto senza di noi. 

Non abbiamo mai ambito a quella routine, pensavamo, ma forse un dubbio ci viene. Ci manca ritrovarci con i soliti amici al solito bar? Quanto è strano che si parli di comprare casa quando per noi il mondo dell’affitto è l’unica realtà che conosciamo? Diventiamo pian piano stranieri a casa nostra, che forse non lo è più. Iniziamo ad essere nostalgici delle piccole e grandi cose che ci davano sicurezza a casa: una lingua familiare, gli amici di una vita o il panificio di fiducia. 

Mitizziamo il ricordo di casa cercando quegli elementi familiari nelle città dove siamo venuti a vivere. Come possiamo chiamare casa un posto dove il caffè costa come una birra? Dove la frutta non profuma come a casa? Dove ci si saluta con un cenno di capo invece che un abbraccio?

Casa è un concetto mutevole, almeno nel privilegiato Occidente: quattro mura (o più) e un tetto. Ma casa è anche uno stato della mente. Casa sono le persone che amiamo, il sentirsi a proprio agio a girare in mutande, la libertà di essere noi senza i filtri del mondo di fuori. E quindi, quando si inizia a viaggiare, a vivere in posti diversi, casa diventa tutti i luoghi dove si costruisce un po’ di vita, dove si è creato un ricordo, dove è nato un legame. Per cui casa può essere una, ma anche molte

Casa rimarrà sempre il posto dove siamo cresciuti e diventati adulti, ma lo sarà anche il luogo dove abbiamo festeggiato la prima vittoria contro la burocrazia di un paese estero e dove abbiamo scoperto che il semaforo verde dura più del giallo. A un certo punto magari verrà la voglia di stare in un posto un po’ più a lungo, per testare l’ebbrezza della routine e della stabilità. Ma da lontano una nuova sirena chiama. Parto o rimango?

Nota: Per le foto in copertina e riflessioni sulla vita da expat ringrazio Anna Maria, Arnaud, Ester, Fabio, Irene, Lennert, Luca, Manu, Marcello, Margherita, Martijn, Martina e Supriya.

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