Silenziare la folla non arresterà il rumore del disastro umanitario a Gaza e in Libano

Breve cronaca sul divieto emesso dalla Questura di Roma per la manifestazione Nazionale Pro Pal e su quanto accaduto durante il corteo statico del 5 ottobre 2024 a Roma.
Negli scorsi giorni si è sentito parlare del divieto della Questura alla manifestazione nazionale promossa dai Giovani Palestinesi d’Italia (Gpi) e dall’Unione democratica arabo-palestinese (Udap) il 5 ottobre 2024 a Piazzale Ostiense a Roma. Per onor di cronaca la manifestazione, in forma statica, è avvenuta nonostante le limitazioni formalizzate dal Questore di Roma il 24 settembre.  Durante la lettura dei giornali nazionali – sempre neutrali – una domanda ha abitato i nostri pensieri smarriti: perché vietare manifestazioni pacifiche Pro Pal quando nulla è stato disposto ad aprile per la commemorazione di Sergio Ramelli, militante del Fronte della Gioventù aggredito e ucciso da attivisti della sinistra extraparlamentare, dove si sono registrati prevedibili episodi di saluti romani e riti d’appello squadristi.   Dopo non poche difficoltà e ricerche, abbiamo trovato parte del provvedimento del Questore di Roma sulle Banche Dati giuridiche perché il divieto è oggi oggetto di ricorso giurisdizionale contro il Ministero dell’Interno e la Questura di Roma. Senza voler scadere in tediose lezioni di diritto, al momento abbiamo solo un Decreto del Presidente del TAR Lazio – sezione I ter – che ha confermato il contenuto del divieto della Questura per la riconosciuta sussistenza di pericolo per l’ordine pubblico[1]. Ciò che riteniamo problematico nel provvedimento sono i percorsi argomentativi che hanno portato il Questore a disporre il divieto fra cui, in particolare, la presunta presenza nei manifestanti di una “volontà celebrativa della strage in danno dello Stato di Israele” – chiaro riferimento all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 -, l’equiparazione fra Forze dell’Ordine e Stato d’Israele “più volte etichettato come sionista e, infine, l’istigazione “a porre in essere azioni di danno verso persone fisiche e soggetti giuridici riconducibili allo Stato di Israele e alla comunità ebraica presente in Italia Le argomentazioni sopra riportate sono, a colpo d’occhio, imprecise e fumose per due principali motivi. Sicuramente per la natura di Udap e Gpi, la prima, un’associazione culturale che promuove sin dalla sua costituzione il pensiero democratico e progressista e, la seconda, un’associazione pluralista e laica che ha quale scopo principale la sensibilizzazione del pubblico alla questione palestinese. In nessun comunicato stampa delle due associazioni si legge, nemmeno velatamente, alcuna volontà celebrativa del 7 ottobre o l’intento di nuocere alla comunità ebraica in Italia. Si legge, piuttosto, la condanna piena delle istituzioni italiane per le continue esportazioni di armi e munizioni al Governo di Tel Aviv (fatto comprovato) e la solidarietà al popolo palestinese e libanese per quanto sta avvenendo ad opera del Governo di Netanyahu (1,2 milioni di sfollati e più di 1400 morti in Libano, 2 milioni di sfollati e più di 42.000 morti a Gaza). 
Illustrazione di Annamaria Stefini.

La seconda ragione soggiorna nell’uso improprio – e strumentalizzato – dei due termini “antisionismo”  e “antisemitismo”. Leggere nel provvedimento che lo Stato d’Israele è etichettato come sionista dai manifestanti fa perdere la speranza di poter ripristinare linee di dialogo e confronto con gli organi centrali dato che Likud, il partito di Netanyahu, nasce proprio dal sionismo riformista di Žabotinskij. In sostanza si è fondato un provvedimento su un vero e proprio errore storico-ricostruttivo: il riconoscimento malevolo dei manifestanti dello Stato d’Israele come “sionista” quando di per sè il Governo di Netanyahu lo è effettivamente oggi. 

Non si nascondono le perplessità sulla matrice squisitamente politico-ideologica della limitazione ordinata dalla Questura, che sembra più che altro essere mossa dal desiderio di frazionare e disperdere i movimenti e le associazioni di solidarietà verso il popolo oppresso palestinese e libanese. Il silenzio violento del Governo, che mai si è espresso sulla tragedia umanitaria che stanno vivendo la Palestina e il Libano, non si spegne ma si sta distribuendo nei vertici locali dell’Amministrazione pubblica. 

Nonostante il divieto imposto dalla Questura di Roma, molte persone – secondo le stime fino a 15mila – sono arrivate a Roma sabato 5 ottobre per manifestare contro il genocidio attualmente in corso in Palestina e in Libano. Il giorno immediatamente successivo alla manifestazione, la narrativa offerta dai maggiori canali di stampa italiani è stata unanime: si è trattato di un corteo violento e animato dalla volontà di creare disordini. Si nota un abuso della parola “scontri” nei titoli dei giornali mentre numerosi quotidiani nazionali si sono espressi in termini esclusivamente negativi rispetto alla manifestazione. Fra questi si segnala l’aberrante editoriale del direttore del Tempo, Tommaso Cerno, ex senatore del PD, che ha additato i manifestanti quali “Teppisti di Allah” (beffa se si apre oggi l’articolo sparisce il titolo originario “Smettiamo di chiamarli Pro Palestina, sono teppisti di Allah”).

Roma, 5 ottobre 2024, Fotografia di Beatrice Perego.

Eppure, dopo aver raccolto testimonianze da parte di chi era presente a Roma questo sabato, o di chi ha tentato di raggiungerla senza successo, la realtà appare radicalmente diversa. Tra le numerose realtà presenti c’era anche Rete Bergamo per la Palestina, una delle poche realtà partite dal Nord Italia e di cui abbiamo contatti diretti.
In primo luogo risulta inspiegabile la scelta operata dalle Forze dell’Ordine di non far raggiungere Roma ai manifestanti, attraverso controlli a tappeto, che talvolta sono sfociati in minacce velate di emissioni di fogli di via – 51 effettivamente emessi -,  e col trattenimento di otto persone in stazione per diverse ore.
Invece, chi è riuscito a raggiungere la capitale riporta che per due ore il corteo è stato pacifico e statico – ma confinato in uno spazio troppo ristretto – e che è stato interrotto all’improvviso da disordini e scontri violenti di persone non identificate. Alcune testate parlano di “infiltrati” ma è un termine equivoco che, a nostro parere, lascia spazio a strumentalizzazioni che già possiamo trovare sulla stampa nazionale e di cui non vogliamo fare parte. Ci è stato riportato da membri di Rete Bergamo per la Palestina, presenti in manifestazione, che proprio quando sono intervenute le persone non identificate, sono arrivati numerosi giornalisti di testate nazionali a riprendere quanto stava avvenendo.

In qualità di testata informativa non ci resta che manifestare dissenso sia rispetto alle scelte operate ex ante dalla Questura in termini di divieto alla manifestazione, sia per le direttive impartite alle Forze dell’Ordine sulla gestione degli spazi e dei controlli durante la manifestazione e, infine, per l’atteggiamento della maggior parte della stampa nazionale, sempre neutrale rispetto alla morte di civili inermi, che si ostina a travisare la realtà dei fatti rispetto alle manifestazioni Pro Palestina.

Le oscure ragioni statali che intendono impedire a Roma, come in molte altre città d’Italia, cortei o presidi pacifici, che vogliono mettere in luce i crimini perpetrati a Gaza e in Libano da parte dello Stato di Israele, ci preoccupano perché quello a cui stiamo assistendo a Gaza (e ora anche in Libano), come rappresentato anche da Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite “è un grave rischio di collasso dell’intero sistema umanitario”. 

 

HANDS OFF LEBANON, FREE PALESTINE

[1] in sede di misure cautelari monocratiche, la trattazione collegiale della domanda cautelare è fissata al 29 ottobre 2024.

Immagine di copertina: Illustrazione di Annamaria Stefini.

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