Foto in bianco e nero, una donna - la regista Maya Deren - lavora su una pellicola cinematografica
Vita e opere di una figura essenziale della storia del cinema

L’industria cinematografica è notoriamente un ambiente ostile alle donne, soprattutto in ruoli come la regia. L’ambiente in cui le registe hanno potuto esprimersi meglio è quello sperimentale e indipendente. Tra le artiste che più hanno influenzato la storia del cinema classico c’è sicuramente Maya Deren, nome d’arte di Eleanora Derenkvskaja (1917-1961).

La sua opera ha inizio negli anni Quaranta e si esaurisce alla sua prematura morte, avvenuta per un’emorragia cerebrale che ha segnato il termine di una vita avventurosa e spesso dolorosa. La sua storia privata è fatta di lotta politica, esclusione dal mondo dell’industria, difficoltà produttive nelle sue opere e una profonda ricerca spirituale e religiosa. Tutto questo si riflette nei suoi film, attraversati da grandi tematiche decostruite visivamente grazie a una regia sperimentale e all’avanguardia. L’innovazione tecnica e l’esplorazione delle potenzialità della macchina da presa non sono mai state fini a se stesse, bensì parte della sua filosofia.

Questo articolo cercherà di tracciare una chiave di lettura generale della filmografia e della vita di Deren, attraverso i grandi temi e alcune delle simbologie principali.

Foto in bianco e nero: un manichino davanti a tre specchi, in uno dei tre specchi il riflesso di una donna, Maya Deren
Maya Deren.

Maya Deren nasce a Kiev in una famiglia ebrea benestante, pochi mesi prima dello scoppio della rivoluzione d’ottobre. Il padre era uno psicologo e la madre una ballerina. Dall’ambiente famigliare prende alcune delle passioni più fondamentali per la sua opera registica.
Nel 1922, i Derenkowsky sono costretti a emigrare dall’Ucraina in seguito ai progrom antisemiti perpetrati dall’Armata bianca, l’esercito controrivoluzionario filozarista. Trasferitasi a Syracuse, New York, la famiglia adotta il cognome Deren.
Da studentessa di giornalismo e scienze politiche, entra a far parte di partiti e collettivi socialisti.
La sua carriera inizia come scrittrice di poesia e fotografa freelance e la porta a trasferirsi a Los Angeles, dove, nel 1941, entra in contatto con Katherine Dunham. Ballerina e coreografa afro americana, Dunham è anche antropologa e studiosa della danza caraibica. Diventata sua assistente e pubblicista, Maya Deren viaggia per un anno con la compagnia di danza di Dunham. Questa esperienza sarà fondamentale non solo per la crescente passione per la danza ma anche per l’avvicinamento alla cultura di Haiti e alla religione vudù. Alla fine del tour, la compagnia si ferma a Los Angeles per un lavoro hollywoodiano. È in questa occasione che Maya Deren incontra il suo futuro secondo marito, Alexander Hammid, fotografo e cameraman scappato dalla Cecoslovacchia nel 1938 dopo gli accordi di Monaco. Il matrimonio dura dal 1942 al 1947, dando un particolare contributo allo sviluppo della fotografia dei film di Deren.

Il cinema come specchio dell’io

Una donna in primo piano dietro una finestra, le mani sul vetro. Immagine di “Meshes of the Afternoon” in bianco e nero.
Frame di “Meshes of the Afternoon”.

Il primo film è “Meshes of the Afternoon” (1943), degno di essere considerato una delle pellicole più influenti di sempre. Nello stesso anno, la regista adotta lo pseudonimo di Maya, aprendolo a varie interpretazioni. Il riferimento al velo di Maya e l’interpretazione di Arthur Schopenhauer descrive il suo rapporto col mezzo cinematografico. La manipolazione delle tecniche di ripresa cerca di svelare la realtà alterando la sua rappresentazione. Ogni suo film parte da elementi reali: oggetti comuni, situazioni abitudinarie, corpi in movimento, scenari riconoscibili. La scomposizione di questa normalità in alterazioni del tempo e dello spazio è il tema che Deren ha trattato di più, anche come teorica e saggista di cinema.
Il nome Maya si riferisce anche alla divinità indù e alla madre del Buddha. In questo periodo Deren e il marito si avvicinano al buddhismo influenzando enormemente l’immaginario e la simbologia di “Meshes of the Afternoon” e del successivo “At Land” (1944). L’incompiuto “Witch’s Cradle” (1943), che vede la partecipazione del grande artista e amico della regista Marcel Duchamp, ha invece riferimenti a simboli esoterici e occulti. Le pratiche buddhiste legate agli specchi sono una grande fonte di ispirazione. Altro tema ricorrente è quello dell’intreccio, che siano riavvolgimenti del tempo e dello spazio, fili che legano le vite delle persone, scenografie che si compenetrano.

“Meshes of the Afternoon” è un film domestico realizzato interamente dai due coniugi. La premessa è semplice: una ragazza torna a casa e si ritrova sola senza il marito; dopo un breve momento autoerotico (scena decisamente azzardata per il periodo) si addormenta sul divano davanti alla finestra. Il suo tragitto è descritto con dovizia di particolari: un fiore, una chiave, un coltello, un telefono, un giradischi. Tutti questi elementi tornano in un sogno concepito come un loop dove la nostra protagonista ripercorre lo stesso tragitto inseguendo una misteriosa figura con la faccia-specchio. Questo loop si ripete con variazioni sempre più allucinate e simbolismi che indagano l’inconscio della protagonista (la scena in cui le tre Maya Deren si incontrano e si siedono a un tavolo è veramente all’avanguardia). Il ritorno del marito conduce ad un tragico finale.

In “At Land” Maya Deren torna a interpretare la protagonista. Una donna presumibilmente vittima di un naufragio si sveglia in una spiaggia e inizia un’Odissea in una serie di scenari che si susseguono in continuità tra una scena all’altra. La scena più famosa del film vede la Deren passare  dalla spiaggia a una tavola in cui si celebra una cena borghese in un’unica sequenza, legando insieme i due diversi scenari in maniera magistrale. La ragazza è all’inseguimento di qualcosa, nello specifico un pezzo degli scacchi. La sua avventura la riporta sulla spiaggia “disvelando” una realtà circolare, in permanente ritorno.

Una donna con vestito nero, su una spiaggia. Immagine del film “At Land”
Frame di At Land.

Il ballo della cinepresa

La passione per il ballo entra nel cinema di Deren con “A Study in Choreography for Camera” (1945), in cui la coreografia del ballerino Talley Beatty viene manipolata e ricostruita dalla regista facendo muovere il protagonista in vari scenari. Il montaggio e le tecniche inusuali di ripresa fanno ballare la cinepresa assieme al corpo in movimento. In questo modo l’occhio cinematografico può essere parte della costruzione della coreografia. Questo concetto viene ripreso in “Ritual in Transfigured Time” (1946), il film in un certo senso più politico, femminista e antiborghese della regista.
La pellicola è basata su una serie di rituali rappresentati come una danza. Il primo rituale lo fa la protagonista (scomposta nelle due figure interpretate da Maya Deren e dalla ballerina Rita Christiani), attraverso un gioco condotto tra le mura domestiche, che consiste nell’intrecciarsi tra le mani una matassa di corda. Il secondo rituale è quello di una festa borghese. Infine c’è il rituale del corteggiamento e dell’amore con il personaggio interpretato dal ballerino Frank Westbrook. La figura, inizialmente seducente, balla con la protagonista e poi con altre donne, per diventare nel finale una presenza terrificante che insegue la ragazza fino a un tragico epilogo, girato in negativo (tecnica che Deren riprenderà in pellicole successive).

Il momento più alto della sua sperimentazione arriva con “The Very Eye of Night” (1955). In questo film, girato con la fotografia interamente in negativo, le figure dell* ballerin* in movimento fluttuano sopra lo sfondo di un cielo stellato. È questo uno dei più grandi tributi mai fatti alla danza e un esempio del potere immaginifico del cinema sperimentale.

Figure di ballerini su sfondo nero, immagine dal film “The very Eye of night”
Frame di The very Eye of night.

Maya Deren e Haiti

Nel 1946 Deren ottiene una borsa di studio che le permette di compiere lunghi viaggi ad Haiti, studiando sul campo la cultura Vudù, filmando numerose ore di materiale che raccoglie riti, balli e usanze dell’isola. In collaborazione con Joseph Campell, scrive anche un importante saggio antropologico dal titolo “Divine Horsemen: The Living Gods of Haiti”. L’interesse per il Vudù si trasforma infine per Deren in una vera e propria adesione ai principi spirituali di questa religione. Durante i suoi soggiorni a Haiti, la regista inizia a partecipare attivamente alle cerimonie, dove le viene assegnato uno spirito-guida, la dea dell’amore Erzulie.

Dopo la sua morte, amici e collaboratori curarono il montaggio del materiale filmato a Haiti in un lungometraggio intitolato come lo storico saggio.

Uomini vestiti di bianco e inginocchiati durante un rito Voodoo, al centro un uomo, dei simboli disegnati a terra. Immagine dal film “Divine horsemen”
Frame di “Divine horsemen”.

Opere principali:

Meshes of the Afternoon (1943)
At Land (1944)
Ritual in Transfigured Time (1946)
The Very Eye of Night (1955)
Divine Horsemen: The Living Gods of Haiti (1985)


Per approfondire la figura di Maya Deren:

Libri

Anita Trivelli; Sulle tracce di Maya Deren (Lindau, 2003).
Stefano Alghisi, Marco Madoglio: Maya Deren. La vertigine dell’esistenza (MalEdizioni, 2023).

Documentari

In the mirror of Maya Deren (regia di Martina Kudláček, 2001).

Video

Maya e le altre – l’eredità di Maya Deren nel cinema sperimentale e nella videoarte delle donne
La filosofia cinematografica di Maya Deren

Immagine di copertina: Maya Deren.

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