
Nel fine settimana tra il 17 e il 19 gennaio si è tenuto al Cinema Nuovo Eden di Brescia l’AfroBrix Film Festival, giunto alla sua quinta edizione. L’evento, organizzato dal Centro AfroBrix, che si propone di diffondere e celebrare l’afrodiscendenza e lo scambio culturale, ha permesso di assistere a una selezione tra i titoli più recenti provenienti dai continenti africano ed europeo, oltre che una serie di cortometraggi in concorso realizzati da registi afrodiscendenti o riguardanti la cultura africana in Europa.
La cultura africana (per quanto questo termine sia estremamente vago e comprenda un insieme di fenomeni molti diversi tra loro) non ci è del tutto ignota, almeno in certe sue manifestazioni. Per esempio, nell’ambiente musicale a partire dagli anni ‘70 si sono verificate forti contaminazioni nella musica pop occidentale grazie alla diffusione della cosiddetta world music, portando alla produzione di album con sonorità “non tradizionali” ed estremamente stratificate; allo stesso tempo, artisti africani hanno recuperato sonorità occidentali come jazz, funk e blues, e le hanno riutilizzate attualizzandole al proprio contesto e spesso caricandole di un forte significato politico, come nel caso dell’afrobeat.

Non è un caso che la musica africana abbia avuto un spazio anche durante AfroBrix nel mediometraggio documentaristico Dare: to take the first step (2023) di Silvia Tonelli, che mette in scena il tentativo di commistione musicale e culturale portato avanti dal progetto NoOx Worldwide. Il documentario riporta il tentativo da parte di artisti italiani afrodiscendenti, coordinati dalla produttrice Silvia Nocentini, di creare una rete musicale interculturale e intercontinentale attraverso una trasferta in Senegal.
Un fenomeno analogo a quello musicale non è avvenuto nell’ambito cinematografico, sebbene vi siano state alcune pellicole che hanno attirato l’attenzione della critica e degli addetti ai lavori, come Touki Bouki (1973) di Djibril Diop Mambéty. Vale anche la pena ricordare che, nonostante tutto, in Nigeria si trova una delle più grandi industrie cinematografiche del mondo, talvolta definita con l’appellativo di Nollywood.

Un evento come la rassegna proposta da AfroBrix permette di iniziare a esplorare questo mondo perlopiù ignoto e di scoprire opere contemporanee che vertono su una serie di tematiche cardine, quali l’identità, il ritorno alle origini, l’eredità famigliare e culturale, il rapporto tra l’individuo e la comunità. Tutti temi inevitabili in un contesto culturale e politico soggetto per lungo tempo a fenomeni come colonialismo e imperialismo, oltre che alla globalizzazione; questioni che non riguardano esclusivamente gli abitanti autoctoni dei vari paesi africani, ma anche emigrati e discendenti in suolo europeo. Tra questi, il tema dell’eredità, rivisitato sotto punti di vista anche profondamente divergenti, è quello su cui si imperniano tutte le pellicole proposte.
Disco Afrika: Una histoire malgache (2023) di Luck Razanajaona, opera di apertura della rassegna, offre uno spunto positivo riguardo il tema dell’eredità. Il film racconta la storia di un giovane malgascio alla riscoperta della storia del padre di cui è rimasto orfano in tenera età, sviluppando una coscienza sociale e politica e riscoprendo un bagaglio culturale e politico che si rifà ai movimenti panafricanisti che spesso erano associati alla già citata musica afrobeat. Il richiamo positivo alla tradizione viene portato avanti da Mami Wata (2023) del nigeriano C.J. ‘Fiery’ Obasy, una delle pellicole più esteticamente pregevoli grazie alla curatissima fotografia in bianco e nero. In questo caso, il richiamo all’eredità culturale si fa più forte e più radicale, attraverso la storia del conflitto interno a un villaggio dove l’autorità della sacerdotessa di Mami Wata, divinità marina tipica del folklore africano, viene messa in discussione da un gruppo di uomini del villaggio, dopo che questa sembra non essere più in grado di esercitare i propri poteri. Qui ritroviamo una forte contrapposizione tra cultura autoctona e influenze esterne destabilizzanti (anche occidentali), mescolata al forte contrasto tra femminile e maschile.

L’aspetto dell’eredità culturale viene affrontato in maniera più critica dai film Augure – Ritorno alle origini (2023) di Baloji, musicista e regista belga, e Banel e Adama (2022) della francese Ramata-Toulaye Sy. Il secondo, l’opera più debole di tutta la rassegna, mette in scena il dramma di una giovane coppia di un piccolo villaggio senegalese, la cui relazione viene messa in difficoltà dalla pesante eredità del marito, destinato a diventare capovillaggio, impedendo alla coppia di vivere il loro amore nel modo che desiderano. Decisamente più interessante, sebbene con una narrazione talvolta troppo caotica, è Augure, in cui viene narrata la storia di un congolese emigrato in Belgio che torna in patria dalla propria famiglia per presentare la moglie europea. Invece che ritrovare il calore della propria famiglia, il giovane è accolto con ostilità, accusato di essere posseduto da un demonio e respinto dal padre, che si rifiuta di incontrarlo. L’unica persona con cui riesce a stabilire un contatto è la sorella, a sua volta malvista dalla famiglia per la propria relazione poliamorosa. In quest’opera si mescolano le tematiche dell’importanza dei legami famigliari, ostacolati da distanze e da una mentalità molto rigida, che spesso sfocia nella superstizione e che portano a un’aperta ostilità unidirezionale.

Il film migliore della rassegna è l’opera di chiusura, Dahomey (2024), interessante documentario vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2024. Realizzato dalla francese Mati Diop, il film tratta il tema delle restituzioni da parte della Francia al Benin di una serie di reperti sottratti durante il periodo coloniale. Narrando il ritorno in patria dal punto di vista di una di queste statue, la regista riesce a mettere in scena questa riappropriazione culturale in tutta la sua complessità e nelle sue diverse sfaccettature, riportando anche un acceso dibattito tra studenti universitari che espongono una pluralità di punti di vista sia critici che entusiastici sulla questione e che mostrano le possibili implicazioni politiche e culturali dell’evento. Tuttavia, il punto di vista privilegiato è proprio quello dello “spirito” del reperto, che gioisce nel ritornare nella propria terra di origine dopo più di un secolo di buio, ma deve al tempo stesso confrontarsi con una terra profondamente cambiata. Tra i vari film selezionati, Dahomey è probabilmente quello maggiormente in grado di farci riflettere, in virtù del suo chiamare in causa la storia che ha collegato a lungo il continente europeo con quello africano.
Immagine di copertina: Locandina dell’AfroBrix Film Festival.






