
Quasi a casa è l’esordio cinematografico della regista e sceneggiatrice Carolina Pavone, già aiuto regista di Nanni Moretti. Storia del rapporto tra Caterina, un’aspirante musicista interpretata da Maria Chiara Arrighini, e Mia, una cantante affermata interpretata da Lou Doillon, il film racconta il percorso di crescita di un’artista agli esordi e delle difficoltà che deve affrontare per riuscire a trovare la propria strada. Abbiamo avuto modo di dialogare con Maria Chiara Arrighini che, partendo dalla sua esperienza sul set e da una riflessione sulle tematiche trattate nel film, ci ha raccontato la sua esperienza come attrice e la sua prospettiva sul mondo del teatro e del cinema. Di seguito la prima parte dell’intervista.
Quasi a casa è il tuo esordio come attrice protagonista in ambito cinematografico, dopo gli studi e l’avvio della carriera teatrale. Com’è stato il passaggio dal palco al set cinematografico?
È stato un passaggio molto traumatico, perché non conoscevo minimamente l’ambiente del set; avevo fatto una piccolissima esperienza su un set televisivo, ma un set cinematografico non l’avevo mai esperito. Quando ho fatto il mio primo giorno di set, era un po’ come fare per la prima volta uno spettacolo; sono ritornata indietro addirittura al liceo, al mio primo spettacolo, al mio debutto su un palcoscenico con delle persone in sala, perché alla fine è quello che fa la differenza: se ci sono o no delle persone. Ed è stato così: mi viene solo la parola “traumatico”. Però da un trauma, da una rottura, si apre un immaginario pieno di emozioni positive ed entusiasmanti.

In questa tua esperienza hai avuto modo di lavorare allo sviluppo del personaggio e alla sua caratterizzazione, proponendo delle tue idee e discutendone con la regista Carolina Pavone, oppure ti sei trovata davanti a un personaggio già completamente scritto e definito? Hai avuto modo di mettere nel personaggio qualcosa del tuo vissuto personale?
Carolina mi ha dato tanto spazio per poter proporre e, allo stesso tempo, io sento di essere stata molto in ascolto con quelle che erano le sue idee e l’immaginario che aveva desiderio di raccontare. Per me è stato molto bello imparare delle cose nuove anche attraverso il personaggio che ho interpretato; è stato un po’ come crescere con lei, che era lo sguardo di Carolina e un po’ anche di Costanza (ndr: Costanza Puma, nota con il nome d’arte di Coca Puma, musicista e autrice della colonna sonora del film), del loro ambiente, del loro immaginario, della loro vita da giovani artiste romane che sono preparatissime e che si danno da fare e studiano per potersi trovare uno spazio nel modo artistico. Io guardavo loro, osservavo loro. Parlo anche di Costanza Puma, perché comunque è stata parte della creazione di questo personaggio, dal momento che è musicista, e io canto le sue canzoni. Il lavoro musicale è tutto ispirato a lei, per me. È importante avere tutte in mente.
Però in più c’era il mio immaginario, c’ero io e quindi il mio sguardo. Quando io e Carolina ci siamo incontrate per la prima volta dopo che mi aveva presa per il ruolo e mi aveva scelta per il provino, io ero molto spaventata e, per la sindrome dell’impostore, le ho detto che forse aveva sbagliato. Lei invece mi ha risposto: «Io ho scelto te perché sei te: per il tuo corpo, per quello che sei tu, le tue attitudini. Io voglio te proprio perché tu in questo momento porti questa cosa e io ho bisogno di questa cosa qua».
Quindi aveva già intravisto in te qualcosa del personaggio che si era immaginata lei?
Esatto, sì. Questo per lei è stato molto importante, ma più o meno è quello che succede sempre nei provini per il cinema. Infatti, fai pace con il fatto che non dipende completamente da te, perché non sai bene quali siano le variabili che ti portano a essere quello giusto.

Quasi a casa, a differenza di molti film italiani contemporanei, a prescindere da un giudizio sulla loro qualità, riesce a mettere in scena attraverso il personaggio di Caterina il forte disagio che molte persone della nostra generazione provano nei confronti del proprio futuro e della ricerca di una strada nella propria vita (sicuramente un problema che non è nostra prerogativa, ma che, almeno all’apparenza, sembra più esasperato rispetto al passato). Come ti poni rispetto a questo tema? Pensi che ci sia bisogno di più film “generazionali” come questo, anche alla luce di un mondo del cinema dominato da altri temi e da altre generazioni?
Carolina voleva parlare di qualcosa che conosceva e già questo era un grande punto di partenza, a mio modesto parere, per scrivere un buon film o anche solo per parlare di qualcosa e metterlo in discussione per poi proporlo a un pubblico. Più parli di qualcosa che conosci bene, più è sensibile e trasparente quello che vai a raccontare, senza essere didascalici e senza cadere nella genericità. Come dici tu, è un problema generazionale, però non è che Carolina ha voluto parlare di una generazione: ha voluto parlare di qualcosa che lei sentiva e ha provato in quel momento e l’ha trasportato attraverso il film. Ed è bello, perché questo fanno le storie: raccontare le storie permette di osservarne il problema generazionale. Questa cosa la stiamo facendo noi dopo che abbiamo visto il film, quando invece l’obiettivo a priori non era questo per Carolina. Il cinema ha questo grande potere, che è altrettanto pericoloso, perché poi rischia di diventare un seguire una moda e di portare allo sfinimento un certo tipo di tema parlandone in maniera generica al punto che alla fine non si parla di niente. Infatti credo che al centro ci debba essere comunque il desiderio e la necessità di raccontare una storia, dove per “storia” non si intende qualcosa che abbia un inizio, uno svolgimento e una fine: non è detto che una storia sia una trama. Una storia è una storia: “storia” è una parola complessissima che ha tante cose dentro.
Di recente ho visto un film bellissimo, Our Time di Carlos Reygadas, che è un regista messicano pazzesco, e per me è stato come se parlasse del problema delle relazioni contemporanee, dell’apertura, del rimettere in discussione un rapporto monogamo – e l’ha fatto senza parlarne perché l’obiettivo era quello: l’obiettivo era invece raccontare una storia che magari lui probabilmente aveva vissuto o che comunque conosceva perfettamente. Già questo è un atto generosissimo, perché noi ci dimentichiamo (a volte io lo faccio) che chi ha fatto un film ha fatto un’azione generosissima: ha donato all’universo qualcosa di suo, che è un atto che non siamo abituati a fare, perché siamo sempre incentrati un po’ su noi stessi; invece il cinema ti orienta a un’apertura enorme verso gli altri, un donarsi in maniera anche un po’ gratuita. Alla fine, fare un film è una totale follia, secondo me.
Nel film penso ci sia un elemento che tocca molto, nel confronto tra generazioni, che è quello della performance: devi essere più bravo, più bello, più capace, più tutto. Lo si vede in particolare nel confronto con il personaggio di Mia. Ora, quanto questa cosa ti ha toccata nella preparazione del personaggio, e quanto di questa ansia della performance hai percepito nella tua esperienza?
Trovandomi così vicina a Caterina a livello di tempistiche, di quello che sono e di quello che era il momento che stavo attraversando, cioè fare il mio primo film nella vita per poi iniziare a costruirmi interiormente il mio percorso artistico, la questione della performance e della prestazione è una questione abbastanza centrale nella mia esistenza. È stato anche quello a volte sfruttato da me come sentimento, perché lo conoscevo bene, quindi mi sono assolutamente fidata del fatto che questa cosa la stavo vivendo davvero e non mi sono preoccupata di interpretarla: ho lasciato che in qualche modo venisse fuori attraverso la scrittura. Era raccontato un certo rapporto e in più Lou Doillon già portava un suo universo, quindi io non ho dovuto fare niente per immedesimarmi.
Io vivo costantemente questa cosa ed è un po’ ciò con cui lotto ogni giorno, ma mi viene da dire (lo dico un po’ per stare bene) che è normale passare attraverso questo momento ed è importante concedersi di vederlo per trovare uno strumento che ti fa stare bene e imparare a starci dentro, per poi vedere che in qualche modo muta, farlo mutare e non sprofondarci.
Abbiamo iniziato parlando del fatto che questo film parla di un problema generazionale che però non è soltanto della nostra generazione e probabilmente c’è sempre stato. Tuttavia, noi in qualche modo viviamo in un’epoca che è diversa da quella dei nostri genitori per una serie di motivi e per una serie di cose legate anche a tradizioni che cambiano: il nucleo familiare, la famiglia, i rapporti, la società stessa, l’economia, il capitalismo. Andiamo sempre a parare lì, penso. Questa cosa noi la sentiamo (non siamo pazzi, credo), percepiamo che dobbiamo agire perché se non sei prestante e non sei performante, non esisti. Quindi questa cosa c’è tutta nel film: c’è realmente perché è stata vissuta da me e da Carolina, ma anche da Costanza, che ha fatto uscire il suo primo disco in un panorama musicale per cui mi vien da dire: «Peggio mi sento!». Non so come faccia, perché mi sembra che esca una cantante nuova ogni tre secondi; il che è una cosa bella, però sei sempre lì a dover rincorrere il fatto che devi esistere, ma contrastarlo è complesso.

Diciamo che viviamo in un ambiente artistico in cui, in tutti gli ambiti (cinematografico, letterario, musicale), hai questa pressione di dover rendere conto al mondo del fatto che esisti. Per esempio, nell’ambito letterario, in Italia vengono pubblicati 80000 libri all’anno, senza poi parlare dell’ambito musicale, in cui potenzialmente chiunque può registrare un brano con i propri mezzi e caricarlo in rete. Se guardiamo anche al mondo del cinema, consideriamo che solo in Italia vengono prodotti 300 film all’anno.
È una cosa incredibile, fa spavento. In più vengono investiti soldi che non sai esattamente in cosa vengono spesi. Comunque tutto questo gira intorno a un mercato che impone un certo tipo di spesa. Infatti adesso, se fai un film con meno di 7 milioni di euro, è un film indipendente; stiamo parlando di 7 milioni, che a me sembra una cifra enorme, però sono quelle le cifre e ti chiedi come sia possibile. E adesso è tutto fermo, ad esempio.
Un’altra difficoltà di questo ambiente è che in una situazione del genere, almeno limitandoci al cinema italiano, c’è una produzione spropositata rispetto a quello che le persone possono andare a vedere. Si presenta quindi il problema della distribuzione, che è una cosa che anche Quasi a casa ha dovuto affrontare.
Sì, assolutamente. È un tema di cui ho parlato con degli amici che lavorano nella comunicazione, anche se non nel cinema, e mi ha fatto pensare che il lavoro comunicativo fa tantissimo: il lavoro sull’immagine, sui messaggi lanciati e diffusi per far andare al cinema. Questa cosa nel mondo culturale è molto arretrata o c’è qualcosa per cui non si riesce a capire molto bene dove si colloca. Ad esempio, nel lavoro musicale rimango sempre molto affascinata dal fatto che il lavoro grafico e il lavoro comunicativo, affianco al lavoro dell’artista, siano in qualche modo così incredibilmente artistici e poetici, mentre da noi è un lavoro puramente commerciale – un commerciale nonsense, in cui tu hai tantissima roba dentro e mi sembra che vada poco in linea con il momento contemporaneo e con quelli che sono gli sviluppi e le nuove idee. È molto arretrato.
Immagine di copertina: Foto analogica scattata da Carolina Pavone.






