Foto di Alberto Novelli ritraente il set del film Quasi a casa

Quasi a casa: storia di un lavoro su di sé

Intervista a Maria Chiara Arrighini – Seconda parte

Quasi a casa è l’esordio cinematografico della regista e sceneggiatrice Carolina Pavone, già aiuto regista di Nanni Moretti. Storia del rapporto tra Caterina, un’aspirante musicista interpretata da Maria Chiara Arrighini, e Mia, una cantante affermata interpretata da Lou Doillon, il film racconta il percorso di crescita di un’artista agli esordi e delle difficoltà che deve affrontare per riuscire a trovare la propria strada. Abbiamo avuto modo di dialogare con Maria Chiara Arrighini che, partendo dalla sua esperienza sul set e da una riflessione sulle tematiche trattate nel film, ci ha raccontato la sua esperienza come attrice e la sua prospettiva sul mondo del teatro e del cinema. Di seguito la seconda e ultima parte dell’intervista.

Ritornando al tema della performance, hai notato una differenza tra cinema e teatro nel modo in cui si vive questa ansia per la performance dovuta alla necessità di emergere?

Sì, questa cosa si vede di più a teatro quando fai un provino o fai un laboratorio, in cui ti trovi in un contesto dove stai lavorando, ti stai facendo vedere, stai appunto performando, ma non devi essere “performante”. Però, avendo fatto l’accademia (ndr: Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico), questa è stata una buona scuola per avere gli strumenti per non essere performante nel mondo teatrale. Il performante impedisce la vita: impedisce a un corpo di essere rilassato, di essere aperto e disponibile a farsi attraversare da quello che accade in quel momento, che è la stessa cosa che in realtà succede anche nel cinema. L’ansia da prestazione non fa bene a nessuno, ma in più nel teatro, essendo poi performativo, nel senso che è una cosa aperta verso l’esterno e che accade lì sul momento, il rischio è forse più alto rispetto al cinema, secondo me. E poi è ancora più stretto il mercato, che è ancora più piccolo, molto di nicchia.

foto di Manuela Giusto ritraente Maria Chiara Arrighini sul palco dello spettacolo In Panne
Foto di Manuela Giusto.

A proposito di ossessione per la performance, quali sono le difficoltà maggiori che hai trovato nel tuo percorso da attrice? Quali sono le difficoltà e gli ostacoli principali che una giovane esordiente si trova a dover affrontare in questo ambiente? È un mondo molto competitivo?

La cosa più difficile è lavorare con sé stessi. Almeno per me, è questo: lottare continuamente con me stessa e con il giudizio che ho su di me, con lo sguardo estremamente giudicante su quello che sono. Io mi sono data la possibilità di guardarmi molto da vicino, andare a cercare delle cose molto da vicino, e questa cosa ha aperto un po’ un vaso di Pandora, ovviamente. La terapia è bella, però non è una soluzione; anzi, è uno scavare, quindi entri in quel loop in cui vai sempre più a fondo. La difficoltà più grande è lavorare con sé stessi, ma è anche il centro, perché tu sei tu.
È incredibilmente speciale come lavoro, perché arrivi ad avere un rapporto con te che è unico, è molto raro, soprattutto perché normalmente uno non si dà un tempo per conoscersi. È molto difficile, ci si accontenta di stare sulla superficie; invece noi andiamo a fondo, ma andare a fondo vuol dire anche lottare con il proprio sguardo giudicante su sé stessi, che è anche quello che genera la competizione con gli altri: io guardo me e sento che valgo poco e che non sono abbastanza, poi guardo gli altri e sento che sono più bravi di me. Magari puoi sviluppare un sentimento di odio, rancore e invidia, che sono cose assolutamente normali – va bene provare tutti i sentimenti – ma nel momento in cui le accetti puoi trasformarli in ammirazione o comunque darti il tempo per capire e per osservare gli altri anche con amore, perché alla fine, se in più sono giovani come me, a un certo punto viene naturale diventare una sostenitrice piuttosto che una rivale. Questa per me è stata la cosa importante. Questo mi fa bene. Ovviamente delle volte è normale sentirsi molto piccoli, molto insicuri, e provare invece dei sentimenti di allontanamento da tutti gli altri, esattamente come succedeva a scuola, quando avevi preso otto, tornavi a casa e tua mamma ti chiedeva quanto avesse preso il compagno.

Quindi alla fine questo tipo di lavoro è un po’ una specie di percorso terapeutico.

Secondo me sì. Infatti, purtroppo, siamo in un paese in cui la terapia effettivamente non è sostenuta da nessuno, tant’è che è a pagamento. Infatti il nostro lavoro non è un lavoro retribuito, cioè non è considerato obiettivamente un lavoro, perché non veniamo pagati quando stiamo a casa e stiamo lavorando su di noi. Questo è abbastanza emblematico.

Foto di Andrea Macchia ritraente Maria Chiara Arrighini sul palcoscenico
Foto di Andrea Macchia.

L’evoluzione del rapporto tra Caterina e Mia è caratterizzata da una progressiva smitizzazione della seconda con l’emergere dei lati più spigolosi della sua personalità. Si è soliti dire che, se non vogliamo rovinare l’immagine che abbiamo dei nostri miti, non dovremmo mai incontrarli; tuttavia, mi sembra che sia proprio attraverso questa smitizzazione che Caterina inizia a trovare la propria dimensione artistica. Ritieni che lo sviluppo di una visione meno ingenua dei propri idoli sia necessaria per chiunque voglia intraprendere un percorso artistico? Ti ritrovi personalmente in quanto vissuto dal personaggio?

Hai detto una cosa bellissima: è vero che attraverso la smitizzazione di Mia che Caterina effettivamente fa un passaggio di crescita. Tra l’altro, la smitizzazione è una cosa bellissima secondo me, perché rende Mia umana, complessa, in disequilibrio. Vedere gli artisti come persone è una cosa importantissima, secondo me, e lo è nel momento in cui mi confronto con questo ambiente composto da persone incredibili che scelgono di fare questo lavoro. Allo stesso tempo, però, quando incontri una persona che ami molto, puoi rimanerne deluso e può essere rischioso. Oppure, nel caso di Caterina, ti fa crescere e forse aggiungere quel pezzettino in più della tua vita che ti permette di vedere le cose da un altro punto di vista.
A me questa cosa è successa quando ho incontrato per la prima volta a scuola Luca Marinelli, che ha fatto una settimana di laboratorio con noi. Io mi mettevo proprio in una condizione da fan, che è una cosa bellissima, però vedevo soltanto il lavoro: non vedevo la persona, la complessità del fare il lavoro, la complessità dell’essere lì in quel momento a raccontarci delle cose e a chiederci di farne altre. E l’ho capito dopo, quando sono uscita dall’accademia e sono cresciuta. L’incontro con questa persona mi ha permesso anche di aggiungere dei pezzettini nel mio percorso e dirmi che noi non ci identifichiamo con il lavoro: l’attore non si identifica con quanto lavora, con che lavoro fa, con il risultato; l’attore paradossalmente è tale quando non lavora e sta in una condizione di ricerca di sé per prepararsi poi a concedersi in un determinato progetto, che è un po’ quasi come non avere una pelle ed essere estremamente sensibile a tutto quello che ti accade. È un po’ anche una specie in via d’estinzione. 

Hai accennato ai primi spettacoli ai tempi del liceo. Cosa ti ha avvicinato al mondo della recitazione, cosa è cambiato nel corso del tempo e cosa ti ha fatto rimanere al punto da decidere di farne la tua professione?

Per me è nato al liceo come desiderio di riprovare quelle che erano le esperienze che ho provato a scuola con la compagnia del laboratorio teatrale del Calini, cioè quelle esperienze che tra l’altro, adesso che ci penso, erano pure emozioni: erano innamoramenti, erano pianti, rabbia, frustrazione, c’era dentro tutto. Le emozioni che io provavo in quei momenti sono le cose che mi hanno spinto a dire che avrei voluto farlo per sempre (o comunque avrei voluto capire se questa cosa si poteva fare sempre). Inizialmente è stata un decisione presa in base al fatto che a me piaceva fare questa esperienza, cioè mettere in scena uno spettacolo con un gruppo di persone, e riprovare queste emozioni nella sala prove, in un’ottica di voler sempre stare sul palco.
Quando sono entrata alla Silvio d’Amico, è cominciato questo percorso, che per me è stato un percorso di decostruzione, di disabbellimento di qualcosa, anche di rottura, dal punto di vista di una ragazza che parte da Brescia a 19 anni, arriva a Roma e scopre un universo completamente nuovo. Alla fine della scuola erano cambiate un po’ di cose effettivamente: io avevo vissuto quelle esperienze che avevo vissuto al liceo, cioè della preparazione di uno spettacolo e della creazione della sala prove, ma le avevo vissute ovviamente attraverso una lente diversa, quella di una scuola professionistica con delle persone molto preparate. Nella mia classe c’erano delle persone molto preparate che sono poi state le persone a cui mi sono letteralmente aggrappata: ho preso tutto quello che potevo rubare dai miei compagni, tant’è che se io adesso sono qua lo devo tantissimo alle persone che ho scelto dentro alla mia classe.
Quando sono uscita già il mio desiderio di fare questo lavoro era cambiato rispetto a quando sono partita da Brescia. Non era sicuramente un volerlo fare sempre, anzi probabilmente avevo una grande paura di andare su un palcoscenico, però non l’ho guardato con l’idea che prima stavo meglio senza la paura di stare sul palco ed ero più felice. Attraverso la terapia e tutto il resto ho cercato di capire che questa paura è semplicemente un mutamento del mio rapporto con il lavoro ed è stato proprio attraverso questo non sentirmi sicura di essere adatta che è iniziato un processo di reale ricostruzione del rapporto con il mio lavoro. Poi è arrivato il cinema, che è stata un’esperienza che ha ulteriormente cambiato delle cose, perché non era un mio obiettivo. Non è che volessi fare cinema: io sono una spettatrice, mi sento una spettatrice. Del cinema mi sono innamorata quando sono venuta a Roma effettivamente, perché non ci andavo così tanto quando ero a Brescia.

Foto di Alberto Novelli ritraente il set del film Quasi a casa
Foto di Alberto Novelli.

Alla luce delle tue esperienze, quali sono i tuoi obiettivi per il futuro? Pensi di proseguire sia con la carriera teatrale che cinematografica? Ritieni che uno dei due mondi offra maggiori possibilità sia da un punto di vista artistico che lavorativo?

Non scelgo tanto in base al mezzo, ma più che altro in base alle persone che mi propongono il lavoro, perché per me la differenza la fanno le persone con cui lavoro, che sono l’essenza di tutto; quindi non mi sto chiudendo nessuna delle due possibilità, nonostante entrambe siano molto diverse sia a livello di quello che ti possono offrire banalmente a livello economico sia a livello artistico.
È stato bellissimo aver fatto la Silvio d’Amico, perché mi ha dato degli strumenti che mi permettono di conoscere il teatro e questo è un po’ una condanna, perché una volta che lo conosci forse non ne puoi più farne a meno, ne senti la necessità. Mi capita spesso di confrontarmi con le mie compagne. Lo stesso Luca Marinelli ci diceva che gli mancava tantissimo stare su un palcoscenico, perché lui, dopo che si è diplomato, il palco non l’ha più visto (e lui si diploma con Cecchi, un teatro di un certo tipo, che non è proprio un universo che io tocco in questo momento). Il teatro e l’esperienza della sala prove sono delle esperienze che non si vivono al cinema: tu effettivamente studi in un certo modo e hai un rapporto con la parola e con il corpo che magari al cinema non c’è.
Però al cinema c’è magari tutta una componente più tecnica, per esempio anche soltanto dover fingere talmente bene di essere un tennista da diventare improvvisamente un tennista. Quindi ti permette anche di fare delle esperienze divertentissime e arricchenti, come entrare in un ambiente che non conoscevi come quello musicale nel mio caso con Caterina. Mi rendo conto più vado avanti che questa cosa mi ha regalato un gusto nuovo e un orecchio nuovo nel mondo musicale che io prima non avevo. Da entrambi i lati ci sono delle possibilità di crescita diverse, ma comunque enormi.

Immagine di copertina: Foto di Alberto Novelli.

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