Una questione di soldi: parlare di lavoro in classe

I ragazzi e le ragazze della Gen Z parlano spesso di soldi e guadagno facile. Anche la letteratura può fornire spunti per un’educazione al lavoro più consapevole.

Con i miei amici mi capita molto raramente di parlare di soldi. Molto spesso parliamo di lavoro (o – meglio – molto spesso ci “lamentiamo del lavoro), ma quasi mai parliamo di retribuzioni, di bollette, di mutui. Io non so quanto guadagnano le persone vicine a me. Questa cosa mi sembra normale, sono stato educato così: “parlare di soldi” – a casa mia – è sempre stato visto come un’inopportuna intrusione nella vita più intima dell’altro. Non è opportuno chiedere quanto si guadagna, allo stesso modo per cui è importante dare del lei a uno sconosciuto, chiedere “permesso” e masticare a bocca chiusa. Una questione di “buone maniere”, insomma.

Da un po’ di anni rifletto su questo tema. Gli studenti, infatti, parlano – eccome – di soldi e di retribuzione. Qualche anno fa, mentre leggevamo un articolo di un quotidiano durante l’ora di italiano, finimmo per discutere di fisco e, inevitabilmente, di salari. Uno studente mi chiese, a bruciapelo, «Prof, lei quanto prende al mese?». La domanda non era provocatoria, lo studente me la porse in maniera molto educata. Io mi sentii, comunque, a disagio e sorvolai. 

Per quello studente la domanda era legittima perché per i ragazzi della cosiddetta Gen Z il denaro non è un tabù, parlare di soldi è normale. I social (TikTok in particolare) sono pieni di riferimenti al denaro, all’iniziativa economica personale, alla finanza. In un periodo storico in cui gli stipendi non crescono, l’inflazione è galoppante, la Gen Z è una “generazione success-oriented”, Vincenzo Marino, in Sei vecchio, osserva che secondo una ricerca di InsideOut Development, «i giovani di questo decennio si affaccerebbero al mondo del lavoro già pienamente convinti di riuscire ad avere successo sin da subito, molto più di quelli che li hanno preceduti».

Steven Basalari intervistato dall'influencer Alessia Lanza. Il tema dell'approfondimento: "i soldi fanno la felicità?". Frame di un video di YouTube.

Non è casuale, dunque, il successo di Steven Basalari: giovane imprenditore bresciano, attivo soprattutto nel mondo delle discoteche, è un vero e proprio punto di riferimento per molti giovani. Basalari nei suoi video – oltre a ostentare la sua ricchezza – parla in maniera disinvolta delle spese che sostiene e dei suoi guadagni. Una statistica di Remitly (condotta su scala mondiale) segnala come il lavoro più “sognato”, in Italia, sia proprio quello di Basalari: l’imprenditore. L’Italia, in effetti, è il paese di Berlusconi e del berlusconismo, ma la trasparenza con cui si parla dei propri guadagni (siano essi reali o presunti) è una novità. L’immagine dell’imprenditorialità che emerge dai social è distorta: i guadagni sono immediati e svolgere un lavoro a bassa retribuzione è una colpa. 

Quest’attenzione al guadagno della Gen Z non mi sembra sia sempre accompagnata ad un’adeguata educazione al lavoro. Nonostante i percorsi di Alternanza Scuola Lavoro, i ragazzi non prestano sufficiente attenzione a cosa significhi lavorare in certi contesti e, in particolare, alle fatiche del lavoro. Quando parlo di lavoro con i miei amici (siamo tutti millennial) emergono – principalmente – frustrazioni, ansie, fatiche. Non dico che bisogna fare riferimento solo agli accidenti del lavoro (e, quindi, noi millennial sbagliamo, e di molto), ma è importante cercare di avere una visione reale. 

Da qualche anno, i libri di antologia del biennio delle scuole superiori presentano un’importante novità: propongono qualche testo che parla di lavoro. Quando frequentavo il liceo non se ne parlava mai, quasi fosse una cosa volgare di cui sarebbe stato meglio occuparsi più tardi. Parlare di lavoro a scuola, invece, è importante: in tutte le materie, anche in quelle umanistiche. È bene proporre un modello diverso rispetto a quello – luccicante e talvolta distorto – che passa dai social; la letteratura contemporanea offre ottime narrazioni.

Tra queste, emerge quella di Works (2016), opera di Vitaliano Trevisan, autore vicentino che ripercorre tutta la sua complessa carriera lavorativa. Ad esempio, leggere in classe le pagine in cui Trevisan racconta il suo malaugurato lavoro in un ristorante di provincia è stato motivo di discussione, riflessione e scrittura per studenti e studentesse. 

Gli imprenditori italiani, poi, non sono tutti come Basalari: per la maggior parte sono piccoli imprenditori che quotidianamente cercano di tenere in piedi aziende che non hanno fatturati milionari. Può essere interessante leggere qualche passaggio di Storia della mia gente (2013) di Edoardo Nesi in cui lo scrittore racconta la sua vicenda familiare e imprenditoriale: la famiglia Nesi ha guidato per anni un’azienda tessile a Prato per poi – stritolata dal mercato – venderla nel 2004. 

Alberto Prunetti da anni si occupa di letteratura working class e ha il merito di aver raccolto nel saggio Non è un pranzo di gala (2022) alcuni riferimenti bibliografici preziosi. Di recente, poi, Feltrinelli ha ri-pubblicato il libro (Amianto, 2014) che Prunetti ha dedicato al padre operaio in una fabbrica di amianto.

"Works" di Vitaliano Trevisan e "Non è un pranzo di gala" di Alberto Prunetti.

Quelle di Nesi, Trevisan e Prunetti non sono storie di fallimenti, ma sono – semmai – storie di realtà. Il lavoro non è sempre facile e, soprattutto, non è sempre una benedizione. I ragazzi fanno bene ad appassionarsi a questi temi: parlare di soldi non è venire meno alle “buone maniere”; la domanda che mi fece lo studente era legittima e  – me ne sono reso conto troppo tardi – intelligente. Sarebbe bene, però, non delegare l’educazione al lavoro a TikTok. La letteratura italiana e straniera, a questo proposito, offrono spunti preziosi.

C’è, infine, una verità che Primo Levi  svela ne La chiave a stella (1978):

"Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono."

Questa verità vale molto di più di quelle che i financial guru provano a venderci su TikTok. Teniamola a mente. Insegnanti e studenti, millennial e Gen Z. 

Immagine di copertina: Il celebre imprenditore Steven Basalari.

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